[290]. Il documento meriterebbe essere pubblicato per intiero, ma ce ne trattiene la soverchia lunghezza. La prima bozza era stata concertata tra il segretario Guerzoni, il deputato Mordini, e, se non c’inganna la memoria, Aurelio Saffi. Il Guerzoni la portò a Penquite Par nella sera stessa del 26, dove arrivò per la linea più diretta, Londra-Bristol-Exeter-Plimouth; il Generale vi fece parecchie ed importanti mutazioni, e fu pubblicato nei giornali inglesi colla data di quella medesima sera.

Eccone pertanto i brani più salienti:

«Al popolo inglese.

»Penquite Par, Cornwall, aprile 26.

»Al popolo inglese io non ho nulla a ricordare che esso non conosca. Egli sa ciò che l’Italia desidera. L’Italia ha risoluto di esistere. Essa ne ha il diritto, e se alcuno ne dubitasse, io aggiungerei che essa esiste già di fatto, e che nulla le impedirà dal completar sè stessa. L’Italia non desidera che di scuotere il giogo delle due avverse potenze che la opprimono — lasciate che il mondo l’oda — essa non può rimaner tranquilla finchè non avrà ottenuto questo scopo, che è fra le questioni di vita o di morte. Il popolo inglese che sprofonderebbe sotto il suo Oceano piuttosto che permettere che il sacro suolo del suo paese sia violato dallo straniero comprenderà quanto legittime siano le aspirazioni, e quanto irremovibili le risoluzioni del mio paese.

»L’Inghilterra conosce che cooperando disinteressatamente in favore dei destini dell’Italia nel 1860 contribuì a promuovere l’ordine e la pace in Europa — quella pace e quell’ordine che soli riescono durevoli e benefici perchè fondati sulla giustizia e sul progresso.

»L’Inghilterra, ne sono convinto, si confermerà sempre più in questa opinione che se da una parte sta all’Italia a mostrarsi forte ed essere realmente forte e indipendente da servili alleanze, affine di cattivarsi fiducia dai suoi veri amici (fra i quali il primo posto è dovuto all’Inghilterra), l’Inghilterra stessa vedrà dall’altra parte in quanto l’alleanza d’una giovine incivilita e libera nazione come l’Italia, sia preferibile alle eterogenee e mal sicure alleanze colle potenze dispotiche. Tuttavia io non posso sperare — lo dico con dolore — che l’Italia sarà atta a compiere i suoi destini senza correr di nuovo la terribile prova dell’armi. La voce dell’Inghilterra è udita e rispettata, essa è in alto grado arbitra dei destini dell’Europa, ma sia pienamente persuasa che essa non può sciogliere la questione italiana o quella di altre nazionalità, mediante alcuna immaginazione di compensi e negoziazioni diplomatiche. Ma in faccia al gran principio della solidarietà dei popoli, proclamato e sancito dalla coscienza universale, io non posso parlare solo dell’Italia, molto meno in un tempo in cui il presagio di questa vera sacra alleanza fu irrevocabilmente confermato quando di recente io strinsi la mano dei proscritti di tutte le parti dell’Europa. Lasciando questa spiaggia ospitale non posso nascondere più a lungo il segreto del mio cuore, raccomandando la causa dei popoli oppressi alla più generosa e sagace delle nazioni. — Dacchè il loro sorgere è certo ed il loro trionfo è fatale, l’Inghilterra saprà come stendere su di loro il poderoso scudo del suo nome e sostenerli se bisogna col suo forte braccio.

»L’Inghilterra sa che essa non sarà sola in questa grande missione. Di là dello Stretto v’è un altro popolo gigante, che è stato sovente costretto dalle arti del dispotismo ad essere il rivale e il nemico di questo paese, ma che la libertà riuscirà a volgere in pacifico competitore e amico. — Libertà! questo è il sole che deve fecondare la sincera e formidabile alleanza dei due popoli della civiltà contro la barbarie, e per cui, senza sguainar la spada, la grand’opera della pace del mondo sarà realizzata.»

[291]. Nella citata Politica segreta italiana (pag. 167-168) si narra che il Duca di Sutherland aveva proposto al Re, per mezzo del conte Maffei, allora consigliere di legazione a Londra, di far viaggiare Garibaldi due mesi nei mari d’Oriente impedendogli così di sbarcare a Caprera, d’onde si temeva che il Generale potesse slanciarsi in nuove avventure. Il libro però aggiunge che Mazzini, scoperto il complotto, lo sventò avvertendone per telegrafo il Generale, il quale ricevuto il dispaccio a Gibilterra chiese ed ottenne che la rotta dell’Ondine sarebbe stata in retta linea per Caprera. A noi mancano argomenti per confermare o smentire questo racconto. Diciamo solo che non ne abbiamo mai sentito a parlare. Che il progetto sia nato nel cervello del Duca di Sutherland par certo poichè esiste il dispaccio del conte Maffei che lo prova; ma non crediamo che il Re l’abbia approvato, nè che Mazzini abbia avuto bisogno di sventarlo. Soltanto il fatto meritava essere ricordato come indizio delle mille tranellerie da cui il Generale era circondato.

[292]. Il signor Assollant, nel Courrier du Dimanche citato da Bent, pag. 228, op. cit. E lo stesso Bent, dopo aver dato ragione al signor Assollant, soggiungeva: «From first to last Garibaldi’s visit was one long cheer; he was a veritable nine days’ wonder; but beyond good wishes, and addresses from every imaginable town that could squeeze in a word edgeways, Garibaldi got only a few handsful of presents from his immediate admirers, and when he made his second rash attempt on Homo in 1867 he found England no more inclined to help him than if he had remained quietly at home.»