[306]. Questa è l’ipotesi più probabile. Dai Principati non venivano da parecchio tempo che notizie sfavorevoli alla meditata impresa. Il governo del principe Cuza, sul cui assenso tacito e segreto si era contato, chiarivasi invece recisamente avverso ed arrestava il Frygesy, quel colonnello ungherese che era in Rumenia il capo ed il centro della congiura.
[307]. Egli aveva lasciato Torino il 6 mattina e non poteva avere conoscenza della lettera pubblicata il 10. A proposito del Guerzoni, in quel libro più volte citato, la Politica segreta italiana, sono spacciate tante fandonie che sarebbe impossibile smentirle tutte anche scrivendoci intorno un intero capitolo. Come però da una parte non vogliamo far servire un libro consacrato a Garibaldi alla nostra privata difesa, e dall’altra di quella difesa non sentiamo alcun bisogno, così passiamo accanto sorridendo alla povera cantafavola, e aspettiamo che il tempo ne faccia la dovuta giustizia.
Solo un fatto è narrato in quelle pagine con poche varianti più maligne che importanti, ed è il congedo che Garibaldi diede al Guerzoni quando lo sospettò autore delle voci che a detta di taluni avevano mutata la risoluzione di Vittorio Emanuele e fatto abortire la progettata corsa in Oriente. Ora come di quel fatto il Guerzoni non si vergognò mai, anzi andò sempre fiero come d’una delle azioni più oneste e coraggiose della sua vita, così non ha alcun ritegno a narrarlo egli stesso più veracemente per esteso. Ingannato da mendaci rapporti, sorpresa la sua buona fede e nell’acciecamento del primo sdegno trasportato a pensare che il Guerzoni fosse stato autore o istigatore della lettera del 10 luglio, il Generale lo fece venire a sè e gli disse con accento tuttavia pacato e benigno: «Guerzoni, è necessario che per qualche tempo ci separiamo.... La cosa però resterà fra di noi. Noi saremo sempre amici come prima.»
Il Guerzoni alzò la testa alla immeritata ferita e rispose come ogni uomo al suo posto avrebbe fatto: «Io non ho nulla da rimproverarmi, Generale, — però non ho nulla da nascondere. Parli o taccia, io resterò sempre quale mi parto di qui, suo amico devoto e suo fedele soldato.»
E il Guerzoni partì.... Da quel giorno non scrisse più al Generale che sei mesi dopo per mandargli in brevi parole i suoi augurii pel buon capo d’anno del 1865. Il Generale gli rispose con questa lettera:
«Caprera, 2 del 1865.
»Mio caro Guerzoni,
»Grazie per la lettera vostra gentile. Io vi contraccambio gli augurii con augurarmi d’aver compagni che vi somiglino in una battaglia che forma l’unica speranza della mia vita. V’invio la parola che mi chiedete, e sono sempre vostro
»G. Garibaldi.»
Scorsi altri sei mesi egli scriveva a Benedetto Cairoli, a proposito della candidatura del Guerzoni a deputato: