»Io accetterò tutti coloro che vogliono combattere lo straniero oppressore. Per le istruzioni dirigetevi ai nostri amici della Commissione; e fra gli altri a Benedetto Cairoli. Bando alle gare ed alle opinioni, e facciamo.
»Credetemi
»vostro sempre
»G. Garibaldi.»
[316]. La Campagna del 1866 in Italia, redatta dalla Sezione Storica del Corpo di Stato Maggiore, tomo I, pag. 129.
Vi fu chi disse che il piano di guerra di Garibaldi era simile in tutto a quello del generale Moltke e dello Stato Maggiore prussiano dichiarato nella celebre Nota del signor D’Usedom, ministro del re di Prussia a Firenze.
Chi abbia letto quella Nota e la confronti colle parole testè citate della Relazione Ufficiale, vedrà che tra i due concetti corre una capitale differenza. Entrambi, è ben vero, s’accordavano nel pensiero di non arrestarsi intorno al quadrilatero, di girarlo o di attraversarlo; entrambi credevano che compiuta questa prima operazione e «quando la sorte fosse propizia sul principio ai due alleati» (parole della Nota Usedom), l’Italia dovesse spingere un forte Corpo di spedizione nel cuore dell’impero austriaco; ma circa alla strada che quel Corpo dovesse tenere e al modo con cui doveva operare, dissentivano grandemente. Garibaldi infatti, come fu già detto, voleva sbarcare presso Trieste allo scopo di prendere a rovescio l’esercito austriaco e tagliarlo da Vienna; lo Stato Maggiore prussiano voleva uno sbarco nella Dalmazia, il quale appoggiandosi ad una ipotetica insurrezione slavo-ungherese, desse la mano all’esercito prussiano e marciasse su Vienna.
Il Generale italiano, rivoluzionario dalla nascita, non pensava che ad una operazione prettamente militare; il Generale prussiano, militare nel sangue, aveva in mente una operazione rivoluzionaria.
Quale dei due concetti fosse migliore sarebbe ormai superfluo il discutere. Certo il disegno prussiano appare a prima giunta più audace e più vasto; ma esso aveva, secondo noi, il grave difetto di fondarsi sopra una rivoluzione di popoli che nessun indizio prometteva, e di calcolare sopra una vittoria delle armi prussiane che era ancora nei segreti del fato. Si supponga la insurrezione slavo-ungherese fallita; si immagini una Sadowa favorevole all’Austria, che cosa avrebbe fatto il Corpo di spedizione italiano? Che cosa sarebbe accaduto a Garibaldi nel cuore dell’impero austriaco?
Non per questo crediamo che il progetto prussiano meritasse lo sdegnoso disprezzo con cui lo trattò il generale La Marmora. Anzitutto l’accusa da lui mossa a quel progetto, che volesse la spedizione transadriatica prima che l’esercito italiano avesse preso posizione alle spalle del quadrilatero è affatto gratuita; e le parole stesse dell’Usedom, che pure nella sua qualità di diplomatico non era obbligato a spiegarsi con tutta la precisione del linguaggio militare, la smentiscono completamente. La Nota Usedom, infatti, muove dal supposto che l’esercito italiano abbia già attraversato e girato il quadrilatero e vinto una battaglia in campo aperto; ed evidentemente coordina e subordina tutte le operazioni proposte al di là dell’Adriatico, a quella ipotesi. Il generale La Marmora dunque, rimproverando allo Stato Maggiore prussiano un assurdo, che davvero sarebbe stato enorme, non faceva che pensarlo egli stesso e da sè solo. Ma non è qui il punto.
Il torto del generale La Marmora non consistette già nel respingere un disegno che anche nella felice ipotesi d’una piena vittoria in Italia sarebbe pur sempre stato temerario e pericolosissimo; il torto del Generale stette, e starà sempre, nell’essersi rifiutato di esaminare, di discutere quel disegno, nell’averlo nascosto a’ suoi colleghi del ministero e dell’esercito; nell’aver perciò impedito che potesse di comune accordo fra i due alleati essere corretto e modificato, reso più utile e praticabile.