Ma a che pro esaminare i torti del generale La Marmora nel 1866? A che mai fargli colpa di non aver nemmeno degnato di discussione i disegni del suo alleato, se non eseguì quelli che aveva combinati col suo primo luogotenente in Italia, col generale Cialdini, anzi che aveva sanciti egli stesso, poichè nella sua qualità di Capo dello Stato Maggiore generale dell’esercito stava a lui il comandare?

Che se gli apologisti del La Marmora sorgono a dire che il piano combinato col Cialdini era diverso; che il passaggio del Po doveva essere l’accessorio e l’irruzione dal Mincio il principale, allora noi chiediamo, e lo chiederà sempre, vivaddio, la storia, perchè questa irruzione non fu almeno preparata cogli accorgimenti e le precauzioni che l’arte suggeriva per assicurarne il trionfo, tanto più facile al generale La Marmora quanto meno gli erano mancati quei due fattori essenziali d’ogni vittoria: il tempo e la forza?

[317]. Vedi L. Chiala, Cenni Storici sui Preliminari della Guerra, vol. I, pag. 584.

[318]. Chiala, op. cit., vol. I, pag. 585 e 588.

[319]. A Lecco, per esempio, dal terrazzo dell’albergo La Croce di Malta, diresse alla moltitudine de’ Garibaldini, stipata giù nella piazza, queste parole:

«Amici! — Voi sapete che in questo mondo ci vuol fortuna quasi in ogni cosa; ci vuol fortuna pel marinaio che alcune volte in mezzo al mare incontra uno scoglio, altre volte invece scopre un tesoro; ci vuol fortuna per il soldato, che spesso stando tra l’ultime file trova una palla, mentre un altro che trovasi tra i primi, rimane illeso.

»Ora voi siete una generazione fortunata, io vo declinando in età, e mi chiamo felicissimo d’essere ancora con voi. Prima di voi furonvi mille generazioni che vedevano i lor campi calpestati dallo straniero, e le loro donne in preda di truppe mercenarie, e voi questa terra la libererete, i vostri figli e nipoti alzeranno la fronte e si glorieranno del vostro nome, io ve lo dico: voi siete destinati a vincere e dire agli eserciti stranieri che hanno la boria di credersi invincibili, perchè si chiamano organizzati, che diano un fucile a voi altri che avete chi berretto, chi cilindro, chi fazzoletto bianco in capo, e vedranno cosa saprete fare.

»Io sono contento d’essere con voi e per certo faremo qualche cosa.... Non è vero?» — (Pungolo di Milano, 14 giugno, supplemento pag. 2.)

[320]. Lo accompagnavano nella esplorazione il suo vecchio segretario Basso e il capitano Ergisto Bezzi, uno dei prodi trentini che insieme ai Bronzetti, ai Manci, ai Tranquillini, ai Martini, ai Fontana, ai Bolognini, agli Zancani si incontravano dal 59 in poi su tutti i campi di battaglia dell’indipendenza italiana ad attestare col valore, e spesso col sangue e col martirio, l’indelebile italianità della loro terra.

Il Generale s’avvicinò tanto agli accampamenti nemici che fu a occhio nudo riconosciuto, sicchè i suoi compagni tremarono qualche istante per lui.