[321]. Non v’erano che due compagnie de’ nostri. Vi fecero prodezze il trentino Bezzi già nominato e il friulano Celli, il quale sostenne un vero singolar certame con un ufficiale austriaco, uscendo dal conflitto tagliuzzato e pesto in più parti del corpo, ma lasciando morente sul terreno il suo avversario.
[322]. Molti scrittori militari affermano che l’Arciduca Alberto ritornò sulla sinistra del Mincio udita la notizia di Königgrätz. Evidentemente essi confondono le date. La battaglia di Königgrätz accadeva il 3 luglio, e soltanto alla notte di quel giorno l’Arciduca Alberto poteva aver certa notizia della disfatta delle armi imperiali. Il movimento di ritirata invece da lui fu ordinato la sera del 1º luglio e cominciato la mattina del 2. Conviene dunque attribuirlo ad altra cagione, e la sola cagione probabile e plausibile è quella da noi data. Si guardi una carta e s’immaginino due eserciti l’uno de’ quali s’avanza su Piubega, Gazzoldo e Castellucchio nei pressi del Mincio, e l’altro muove tra Borgoforte e Sermide a sboccare dal Po, e si dica se il Generale austriaco poteva continuare a restare sulla destra del Mincio, senza esporsi al pericolo, se la mossa era seria, d’esser preso a rovescio e svelto dalla sua base.
[323]. Il combattimento di Suello fu variamente raccontato. Noi attingemmo, oltrechè ai racconti più volte uditi dal colonnello Bruzzesi, al Rapporto ufficiale del brigadiere Corte al generale Garibaldi in data del 6 luglio; dal quale consta che l’attacco subitaneo di fronte di Monte Suello non fu ordinato da lui, ma dallo stesso generale Garibaldi.
[324]. Il maggiore Castellini volle accettare il combattimento nella posizione di Vezza; il maggiore Caldesi a cui era stato realmente affidato il comando voleva indietreggiare nelle posizioni già trincerate d’Incudine. Da ciò quel dissidio e quel contrasto d’ordini e di contr’ordini che riuscì fatale alla difesa. Per tutti i particolari del combattimento di Vezza vedi principalmente Il Quarto Reggimento dei Volontari ed il Corpo d’Operazione in Valcamonica nella Campagna del 1866 del tenente colonnello Giovanni Cadolini, comandante lo stesso reggimento. Firenze 1867, tip. del Diritto. In essi ci trovi anche spiegata la ragione per cui il colonnello Cadolini tenne così divise nella giornata del 3 luglio le sue forze. Egli temette per tutto quel giorno un attacco dal passo di Croce Domini e dovette premunirsi contro quell’eventualità che avrebbe posto a serio rischio le sue comunicazioni, e l’esistenza stessa del corpo d’operazione.
[325]. Le cinque Brigate erano così composte e comandate:
- 1ª Brigata 2º e 7º Reggimento, Maggior generale Haugh;
- 2ª Brigata 4º e 10º Reggimento, Maggior generale Pichi;
- 3ª Brigata 5º e 9º Reggimento, Maggior generale Orsini;
- 4ª Brigata 1º e 3º Reggimento, Colonnello brigadiere Corte;
- 5ª Brigata 6º e 8º Reggimento, Colonnello brigadiere Nicotera.
Capo dello Stato Maggiore, generale Fabrizi.
Sotto capo, colonnello E. Guastalla.
Capo dell’Artiglieria, Maggiore Doglietti. — Capo dell’Intendenza, Colonnello Acerbi. — Capo dell’Ambulanza, Colonnello Bertani. — Comandante le Guide, Tenente Colonnello Missori. — Comandante la zona delle operazioni sul Garda, Generale Avezzana. — Comandante la flottiglia, Tenente Colonnello Elia.
[326]. Fu detto che Garibaldi poteva trarre maggior partito dalla Valcamonica sia tentando per quella via l’attacco principale, sia facendone appoggiare più efficacemente dai corpi mandati a campeggiarvi l’irruzione delle Giudicarie. Noi opiniamo diversamente.