Del resto anche il generale Kuhn (op. cit., pag. 89) ammise che lo scopo del combattimento del 16 era maggiore d’una ricognizione.

[332]. Agostino Lombardi di Brescia, prode quanto gentile d’animo, fece tutte le campagne d’Italia del 48, 49, 59, 60 e 66. Non aveva che 33 anni!

[333]. Il generale Kuhn tentò spiegare la sua subitanea ritirata dal campo di battaglia coll’arrivo di due telegrammi, l’uno dal Comando di piazza di Verona, l’altro dallo stesso Arciduca Alberto; col primo dei quali era avvertito che l’esercito italiano, già entrato nel Veneto, stava per inviare due colonne, una per Val d’Arsa, l’altra per Val Sugana, a invadere dal lato orientale il Trentino; e col secondo invitato a nome dello stesso Imperatore a tenersi nella più stretta difensiva.[334] Lunge da noi il pensiero di negare l’autenticità dei due telegrammi, allegati dall’illustre Generale; quantunque possa parere strano a chicchessia che il Comandante di Verona potesse aver sentore d’una spedizione per Val d’Arsa e Val Sugana, che al 16 luglio non era decisa, e nemmeno forse pensata al Quartier generale italiano, e che ebbe un principio d’esecuzione visibile soltanto il 20 dello stesso mese. Tralasciando però ogni discussione sul tenore delle notizie e degli ordini ricevuti dal generale Kuhn, essi non bastano ancora a spiegare la risoluzione da lui presa nel pomeriggio del giorno 16. Che infatti un Generale si risolva a troncare a mezzo una vittoria già tenuta per certa, e abbandonare un campo di battaglia già creduto suo, solo perchè riceve un telegramma che lo avvisa della possibilità di essere assalito egli stesso, cinque o sei giorni dopo, è cosa assolutamente inammissibile. Per esatto che potesse parere l’annunzio del Comando di Verona, e perentorio l’ordine del Generalissimo dell’esercito imperiale, il generale Kuhn sapeva meglio d’ogni altro che gli Italiani non potevano volare, e che alla peggio gli sarebbe sempre rimasto il tempo di battere prima i Garibaldini che aveva dinanzi a Condino e di marciare poi con tutte le sue forze e con tutto il suo comodo, contro l’altro nemico che gli veniva sul fianco.

Però ci meraviglia grandemente che il dotto e valente Generale abbia potuto scegliere, per ispiegare la ritirata da Condino, una scusa così magra ed irragionevole. Era assai più decoroso per lui l’ammettere che fallito l’aggiramento della destra garibaldina, e riuscita ancora più vana la mossa dell’Höffern sulla sinistra, egli non si sentì in grado con tutte le sue forze di affrontare una seconda volta nelle sue posizioni di Storo-Condino il grosso dell’esercito nemico. Il qual grosso però non sommava a trentacinquemila uomini, come egli nel citato suo libro affermò. In linea tra il Brufione, Brione, Condino non vi erano che il 1º e il 6º reggimento e un battaglione di Bersaglieri; in seconda linea tra Darzo e Storo che il 3º, il 9º e il 7º; poco più di diciottomila uomini; gli altri erano troppo lontani per poter prendere parte alla giornata.

[334]. Guerra di Montagna già citata, pag. 94-95, e nel Rapporto ufficiale Oesterreichs Kämpfe im Jahre 1866. Viert Band.

[335]. Anche il Lecomte, Guerre de la Prusse et de l’Italie contre l’Autriche et la Confédération germanique en 1866, pag. 87, è dello stesso parere.

[336]. Centosettantasei prigionieri, fra cui quattro ufficiali; tutte le artiglierie e munizioni del forte oltre a qualche centinaio di fucili furono i trofei della conquista. Gli Italiani ebbero perdite dolorosissime; tra le altre quella del bravo luogotenente d’artiglieria Tancredi Alasia che aveva diretto con rara precisione e intrepidezza la sua batteria durante il cannoneggiamento, e col suo primo colpo spezzata l’asta della bandiera nemica. Egli morì da prode ai piedi de’ suoi pezzi.

[337]. Aveva soli 39 anni. Era nato a Mantova. Combattè nel 48 a Governolo, nel 49 a Roma e seguì Garibaldi fino a San Marino; nel 1859 comandò in secondo la compagnia de’ Carabinieri Genovesi. Nel 1860 si distinse nella presa di Reggio, e lasciò l’esercito meridionale tenente-colonnello. Era ingegnere; mente colta e severa. Idolatrava la sua vecchia madre tanto che nel 1866 pel timore di darle un dolore troppo forte si arruolò di nascosto con Garibaldi, e gli riuscì di tenerglielo celato fino all’ultimo. Continuato poi il pietoso inganno dagli amici, ella ignorò per parecchi mesi anche la morte del figlio. «Quando però fu giuocoforza destarla dalla dolcissima illusione e rivelarle l’atroce realtà, ella ancor più madre di Rachele, che rifiutò d’essere consolata, rifiutò di credere. Non lasciò la vita sotto il colpo, ma vi lasciò la ragione; e due anni dopo cogli occhi fissi sulla porta d’onde aveva veduto uscire il suo Giovanni, dove lo vedeva sempre ritornare, in questo bellissimo sogno spirò.»

I Castiglionesi eressero al loro virtuoso concittadino un monumento, e le ultime parole che abbiamo testè trascritte sono tolte dal Discorso che allo scoprimento della statua faceva l’Autore di questo libro, alla memoria dei suo grande amico.

[338]. Superfluo parlare delle operazioni della flottiglia sul Garda, dalle condizioni del suo armamento e dalla soverchiante superiorità dell’avversaria condannata all’impotenza. Due volte la squadriglia austriaca potè bombardare quasi impunemente Gargnano e Bogliaco. Un giorno le cinque cannoniere italiane riescono a circuirne una austriaca; ma avendo il Depretis mandato sul Garda certi artiglieri di marina, che non avevan mai sparato un cannone, la vanità de’ loro colpi fu tale che la cannoniera austriaca non solo riescì a farsi largo, ma a costringere alla ritirata i cinque assalitori. Il 17 poi la squadra austriaca va a pigliare fin dentro il porto di Gargnano il vaporetto italiano il Benaco e se lo porta via prigioniero. Così Alberto Mario nel suo Garibaldi, pag. 122.