[403]. Riproduciamo per intero la lettera, pubblicata per la prima volta dal Piccolo di Napoli l’11 marzo 1882:

«Napoli, 9 marzo 1882.

»Mio carissimo Leo Taxil,

»È finita, la vostra repubblica chiercuta (république à calotte) non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei, si son mutati in disprezzo.

»La vostra guerra tunisina è vergognosa. E se il governo italiano avesse la viltà di riconoscere il fatto compiuto, sarebbe assai spregevole, come codarda sarebbe la nazione che tollerasse tale governo.

»I vostri famosi generali che si sono lasciati dai Prussiani ingabbiare nei vagoni da bestiame e trascinare in Germania, dopo aver abbandonato e lasciato al nemico un mezzo milione di prodi soldati, oggi fanno i rodomonti contro le deboli innocenti popolazioni della Tunisia che nulla loro debbono e in nulla li hanno offesi.

»Conoscete voi i telegrammi che annunziano: il generale in capo ha combattuto — il generale tale ha fatto una brillante razzía: ha distrutto tre villaggi, abbattuto mille datteri, rubato dugento buoi, sgozzato mille pecore, sequestrato duemila galline, eccetera eccetera? Se avessero l’impudenza di mettere quei telegrammi nella bella storia di Francia, bisognerebbe spazzarneli, spazzarneli con la granata di cucina infangata nella poltiglia.

»G. Garibaldi.»

[404]. Così raccontò Rocco De Zerbi nel suo giornale il Piccolo di Napoli.

[405]. Garibaldi fece rispondere dal sindaco signor Ugo Delle Favare: «Mai come oggi i Palermitani si mostrarono così sublimi...» e se l’epiteto si risente della tendenza all’iperbole che era il difetto dell’educazione di Garibaldi, non è però men vero che il contegno dei Palermitani non sia stato singolarmente nobile e gentile.