La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il prigioniero otterrà la remissione della pena col lavoro e la buona condotta. Insomma la giustizia non si vendica piú, né infama; protegge e migliora.
Non piú cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sarà piú divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di processura. Un giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori, onde l'opera dell'esecutore, [pg!113] e l'intelletto dell'inventore abbiano la dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.
Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere. Gravar d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il superfluo è restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali, perché alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema delle imposte progressive, stabilito bensí sovra basi tanto saggie, che l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni monopolio è vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe frenano i venditori di mala fede.
L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente alla moralità degli educatori. Ma un giurí composto di padri di famiglia ha solo il diritto di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo di speculazione concita la severità delle leggi. Amministrazioni dello Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.
Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un governo favorevole allo sviluppo delle facoltà morali, e fisiche dell'uomo.
Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché [pg!114] non vi sarebbero usurpazioni: ogni miseria, perché non vi sarebbero monopoli: ogni possibilità di lesioni perché non esisterebbero privilegi.
Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la Repubblica è impossibile in Francia! il primo saggio non riuscí felice. Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al settantesimo saggio della monarchia — e l'ultimo è il pessimo! Come non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo sdegno, la delusione di quindici secoli?
Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il dí dopo questa deforme polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!
La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri, — e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera: essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza stancherà questo potere di fatto; [pg!115] ma né le sue carceri, né le ammende stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi assassini assoldati e i suoi libelli.
Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se è necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia. La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libertà, il sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la scure della tirannide, perocché la nostra è piú che missione: è un culto sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore dell'umanità. Ora il potere prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene, colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità, il forense aumenta i suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della guardia nazionale; e sul sergente di città, che col favor delle tenebre ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua: il piú lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre una donna contro la quale stanno terribili probabilità, e gravi sospetti, gode di tutta la sua libertà, direi quasi, esulta del suo trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle [pg!116] carceri, mentre questa baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci d'un'adultera compiacenza. Tutto questo è naturale, perocché tutto questo è monarchico.