Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immaginò d'impadronirsi di questa rivoluzione e di farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione nazionale si fece una rivoluzione di palazzo. Con questa mira si allontanarono gli amici della causa popolare, e si avvicinarono al trono gl'intriganti [pg!126] e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont de l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati Talleyrand, Sebastiani, Perrier, Montalivet, ecc. La rivoluzione di palazzo fece aprire le trattative coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi trattati del 1814 e del 1815, ricusare le offerte dei Belgi, abbandonare, disperdere i patriotti di Spagna e dell'Italia, e commettere l'azione la piú impolitica e la piú infame, nel lasciar perire l'eroica Polonia. La rivoluzione di palazzo rimase tutta a profitto di quei vili che ambivano gli onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si occuparono che di quello soltanto che poteva e doveva consolidare il loro ben essere particolare. Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera dei pari favorivano i propri interessi, la Camera dei deputati non intendeva il proprio dovere. Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente opporsi al sistema che voleva adottare il suo governo. Essa non poteva ignorare la pubblica opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto; questa interprete del voto nazionale, a rischio de' suoi materiali interessi, e del suo ben essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto incessantemente i nemici del popolo. Anche i pochi buoni dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto gl'interessi della causa popolare, hanno però dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza. Gl'interessi della nazione furono sagrificati.

La libertà, per tutto circondata dal potente e baldanzoso dispotismo, come potrà trionfare? Ai Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i [pg!127] piú acerrimi nemici della Francia e della libertà. Come potrà prosperare l'industria francese, avendo gl'Inglesi alla direzione delle manifatture del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni potrà dare un generale francese, avendo un re inglese ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo? Quando piú mai la Francia vedrà tre milioni di Polacchi, resi dal loro coraggio indipendenti, combattere in favore della stessa causa, e degl'interessi di lei!

La gioventú francese, colla coscienza del suo vero bene, voleva correre a Brusselles per aiutare quel popolo che spargeva il suo sangue, per unirsi alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava simpatia ed ammirazione in ogni cuore. Allorché si è voluto rallegrare la guardia nazionale di Parigi, e distrarla dai sinistri riflessi che potevano esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate, si è immaginato di far spargere la notizia di una vittoria riportata dai Polacchi. Il machiavellismo del ministro francese credette utile di traviare il pensiero dei Parigini, facendo trovar loro sulla Vistola quella consolazione che non potevano avere sulla Senna.

Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del popolo di Parigi, ed esecrazione a coloro che fecero piegare il trionfo del popolo a vantaggio d'una rivoluzione di palazzo. Esecrazione a coloro che soffrono vilmente, che la causa della libertà perda il frutto di circostanze cotanto favorevoli.

Non tarderà no il giorno nel quale la Francia dovrà pentirsi di essere stata spettatrice indifferente [pg!128] del sacrifizio della sua libertà, e di avere lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino della patria. Sí; la Francia si pentirà di aver permesso che l'egoismo del traffico e dell'ambizione abbiano prevalso al ben essere, alla gloria, ed all'onore dell'intera nazione.

Articolo comunicato.

[pg!129]

[AGLI ITALIANI.]

Quando intraprendemmo di pubblicare una serie progressiva di scritti tendenti alla rigenerazione italiana, noi intraprendemmo, convien dirlo francamente, una cosa superiore alle nostre forze. Noi soli non possiamo vincere tutte le difficoltà che s'attraversano — non isvolgere convenevolmente, e in tutte le sue applicazioni letterarie, filosofiche, politiche il concetto vasto, e fecondo, che ci affatica la mente — ma noi fidammo nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.

Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri, intravedemmo i pericoli — tutto sfumò davanti all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa è l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di verità. L'Italia non ha una voce che si levi a bandirla; e chi mai può scrivere, o lagnarsi in una terra, dove fin la indipendenza letteraria procede esosa a' governi, dove il gemito è argomento di pena, e la ruga de' profondi pensieri stampata sulla fronte al giovane è spia di tendenze pericolose agli inquisitori politici? L'Italia non ha una voce, che si levi a snudarne le piaghe, a romperne il sonno, a predicare i rimedi. Ogni giorno segna una vittima della tirannide — e non v'è alcuno che ne raccolga l'ultima maledizione. Ogni [pg!130] giorno genera un voto, una idea di progresso nei giovani cuori — e non v'è alcuno, ch'esprima altamente i voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano nelle menti, poi si perdono inavvertite, perché nessuna penna dà loro forma, e perpetuità. — E il furore delle poche anime generosamente feroci si consuma solitario nella disperazione, e i molti vivono d'una vita materiale, non s'attentando pure di rompere un silenzio, che si traduce poi lentamente in obblio.