Bensì—e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso appena accennare—se il Comune deve essere capace di proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'Autorità che rappresenta l'Associazione—se in esso deve colla elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici, compiersi l'educazione politica del paese—se l'attribuirsi al Comune dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non illusione—è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera dottrinaria che predominò sul lungo periodo della così detta Ristorazione monarchica.

E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice, dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.

Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e questa divisione potrebbe forse, come nelle townships del nord degli Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione. Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di missi dominici, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia nella quale possono più facilmente educarsi germi di federalismo e d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale Europea.

Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune—se vorrà avere progresso d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento rurale e quello della città—se vorrà educare i suoi figli a dignità e coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni, moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo, scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il Popolo: Unità e Libertà.


INTERESSI E PRINCIPÎ [86]


I.

6 gennajo, 1836.

V'ha un rimprovero troppo spesso diretto a coloro che, come noi si arrestano volontieri sulle generalità politiche e insistono lungamente sui principî; ed è la poca cura per gli interessi materiali: la tendenza a sacrificare o trascurare il reale per ciò che si è convenuto di chiamare teorie astratte.