[4] Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847 preceduta dalle seguenti parole:
Signore,
Voi mi chiedete s'io consenta alla ristampa di certa mia lettera indirizzata, sul finire del 1831, al re Carlo Alberto. Ogni cosa ch'io pubblico è, il dì dopo, proprietà dei lettori, non mia; e ogni uomo può farne, nei limiti dell'onesto, quel che a lui più piaccia. Bensì, mi dorrebbe ch'altri interpretasse l'assenso siccome consiglio. Provvedete cortese a questo, e mi basta.
Io non credo che da principe, da re o da papa possa venire oggi, nè mai salute all'Italia. Perchè un re dia Unità e Indipendenza alla Nazione, si richiedono in lui genio, energia napoleonica e somma virtù: genio per concepire l'impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella del popolo, i vincoli d'alleanze o di parentele, le reti diplomatiche e le influenze di consiglieri codardi o perversi: virtù per abbandonare parte almeno d'un potere fatto abitudine, dacchè non si suscita un popolo all'armi ed al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall'educazione, dalla diffidenza perenne, dall'atmosfera corrotta in che vivono, e, com'io credo, da Dio che matura i tempi all'Era dei Popoli.
Nè le mie opinioni erano diverse quand'io scriveva quella lettera. Allora Carlo Alberto saliva al trono, fervido di gioventù, fresche ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi romori d'una insurrezione che gl'insegnava i desiderî italiani e i primi di speranze pressochè universali che gl'insegnavano i suoi doveri. Ed io mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete ripubblicarle, proveranno, non foss'altro, a quei che si dicono creatori e ordinatori d'un partito nuovo, che essi non sono se non meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che gli uomini del Partito Nazionale tentavano quel ch'essi ritentano, prima che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro dire ai concittadini: Voi non avete speranza che in voi medesimi e in Dio.
Vostro:
Gius. Mazzini.
Londra, 27 aprile, 1847.
[5] Sono estratte da quattro lettere sulle Condizioni e sull'Avvenire d'Italia ch'io inserii col mio nome nei numeri di maggio, giugno, agosto e settembre 1839 del Monthly Chronicle, rivista mensile di Londra. Scritte a illuminare l'opinione Inglese intorno alle cose nostre, poco gioverebbe ripubblicarle intere per gli Italiani.
[6] La Carboneria s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811, con approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat; e si diffuse tra gli impiegati. Nel 1814, proscritta da Murat, chiese e ottenne l'assenso del re Ferdinando allora in Sicilia. Lord Bentinck ne accolse anch'egli le offerte. Poi, quando il ristabilimento dell'antica forma di Governo la rese inutile ai disegni della Monarchia, cominciarono accanite le persecuzioni contr'essa.
[7] L'insurrezione dovea promoversi subito dopo il 12 del gennajo 1821, giorno in cui il Governo aveva incrudelito col ferro sugli studenti della Università Torinese. Mancò il consenso di Carlo Alberto. E anche nel marzo, dacchè il cenno dato da lui il giorno 8, fu revocato il 9, il moto non avrebbe avuto luogo, se il 10 Alessandria, stanca degli indugi, non violava, insorgendo, gli ordini ricevuti.