Il capitolo I del libro IX dell'Esprit des lois, dove Montesquieu sembra proporre la federazione come il miglior dei governi, è superficiale come sono pur troppo molti capitoli del suo libro nei quali ei tocca questioni d'ordine generale: alcune asserzioni non convalidate da prove, e un esempio che conclude forse a suo danno, forman quel capitolo: vedi più giù.—È cosa notabile che nè Voltaire, nè Elvezio, nè quanti hanno gremito di note e osservazioni minuziose e talora pur cavillose ogni linea del testo di Montesquieu, abbiano trovato in quel capitolo argomento d'una sola considerazione; e può trarsene come—da Rousseau in fuori—i critici del secolo XVIII s'addentrassero nella politica organica.

[67] Tranne Brizzot e pochissimi dei minori, gli uomini della Gironda non parteggiarono teoricamente e assolutamente pel sistema federativo. L'accusa data ad essi dalla Montagna dura tuttavia accettata senza esame dai più, forse perchè la condanna e il supplizio tennero dietro all'accusa, e i più danno giudizio sul fatto, non sul diritto. Ma la loro non fu opposizione di sistema, bensì opposizione di circostanza. A molti di quei che oggi ancora si citano federalisti, il pensiero di rompere l'unità della Francia s'affacciava delitto capitale. La questione tra gli uomini della Montagna e della Gironda era ben altra: due sistemi diversi di rivoluzione cozzavano in essi, e il federalismo non fu che un'arme di quella guerra. I Girondini contrastarono il dominio a Parigi, tentarono la sollevazione delle provincie; ma perchè Parigi era a quei giorni la Convenzione, e la Convenzione era la Montagna; perchè volendo pur combattere il sistema della Montagna, vinti in Parigi non potevano che cercare un rifugio nell'influenza onde godevano tuttavia nei dipartimenti. Predicarono Lione, ma perchè ivi si trasportasse una Convenzione come la volevano; nè ad essi cadde in pensiero di smembrare la Francia—nè ad alcuno mai fuorchè ai re della Lega, e a pochi illusi ed iniqui che v'intravvedono anch'oggi il ritorno dei Borboni cacciati. La sentenza pronunciata dalla Convenzione fu giusta, però che in essa risiedeva la rivoluzione—e la guerra tra la rivoluzione e chi s'attraversa, è guerra mortale. Ma il federalismo fu pretesto alla sentenza che i posteri non hanno a ratificare.

[68] L'ordinamento federativo non vieta e non inchiude la libertà, non ha che fare colla costituzione interna di ciascuna delle repubbliche unitarie che compongono la federazione. Dalla interna costituzione dipende la maggiore o minore libertà che spetta a ciascuna: dal sistema che le unisce tutte, la maggiore o minore durata della libertà stabilita. La questione della libertà interna s'agita negli attributi della potestà centrale, nel diritto d'intervento accordato al governo negli affari spettanti ai singoli membri dell'associazione: questione che non può sciogliersi se non colla Legge che provvede all'ordinamento dei comuni e dei municipî: questione estranea a questa del sistema unitario o federativo, che non tocca la costituzione interna. Le libertà comunali e municipali possono essere affogate o svincolate dalla centralizzazione in ognuno dei diversi Stati confederati. Soltanto quei che cercano nella federazione una più forte tutela a siffatte libertà, non s'avvedono che raddoppiano, invece di scemarli gli ostacoli. Ad ogni Stato, membro della confederazione, è forza infatti porsi in guardia contro gli abusi del governo centrale della federazione, e contro a quei del governo particolare a ciascuno laddove uno almeno dei due nemici è soppresso dall'unità.

Giova notar fin d'ora la confusione che molti fanno di due questioni radicalmente diverse, quella della centralizzazione e quella dell'unità—e ne toccheremo più giù.

[69] Il materialismo, che nei secoli di servaggio s'è abbarbicato, assumendo aspetto d'opposizione, alle menti Italiane, ed ha invaso, isterilendole, letteratura, storia, filosofia, ha generato una politica, pretesa sperimentale, vero mare morto, i cui frutti gettati qua e là sulle spiaggie si risolvono in cenere: politica che abborrendo dai vasti principî sintetici, stendardo dei grandi periodi d'incivilimento, s'aggira nei fatti, come l'anatomia tra gli scheletri, e li esamina freddi, muti, isolati, come la morte del passato li ha fatti, senza risalire dalle cagioni secondarie alle prime, senza risuscitarne la vita, senza pure intravvederne la connessione generale, e l'andamento progressivo; politica, il cui sommo risultato scientifico è quello della vicenda alterna delle sorti e dei popoli, il cui sommo risultato morale è quello d'indurre negli animi una rassegnazione asiatica che soggiace ai fatti senza pure attentarsi di romperli o modificarli. È dottrina, che vive quasi esclusivamente di passato, e rinega l'avvenire: guarda con amore ai miglioramenti materiali, non s'avvedendo che dove questi non derivino dall'applicazione d'un principio morale, si rimangono sempre precarî, sottoposti all'ineguaglianza e all'arbitrio; e i dotti che la versano nei loro scritti s'arrestano a Machiavelli in politica, a Condillac in filosofia, ai teoremi d'Obbes in diritto sociale, e deliziandosi nelle ipotesi della guerra connaturale all'uomo, della forza costituente diritto, del clima padrone assoluto delle nazioni, sorridono all'altre del progresso, della umana perfettibilità, della fratellanza tra' popoli, dell'abolizione della pena di morte, come a sogni di cervelli esaltati e superficiali. E se la dottrina che noi qui accenniamo abbia mai fruttato all'Italia altro che tiranni o misantropi, lo dicano i fatti ch'essi invocano onnipotenti. Per noi è dottrina spenta; il secolo la rinega, e contro il secolo non è forza che valga. Ma sentiamo il bisogno di protestare altamente, perchè presso alcuni, che si ostinano tuttavia a predicarla, veste aspetto autorevole dai nomi, e travia li inesperti, proponendosi dottrina italiana per eccellenza—Italiana la dottrina del materialismo politico filosofico sulla terra dove fremono l'ossa di Dante, di Bruno e di Vico!—italiana la dottrina ch'oggi ancora nel XIX secolo, pronuncia le assemblee deliberanti non convenire all'Italia per divieto di clima!—I giovani la indovineranno facilmente a un certo fare che piaggia, non emula Machiavelli, a un'affettazione della gravità non della semplicità antica, alla venerazione che trapela per le riforme principesche, pei consessi aristocratici, per le accademie, all'ira contro qualunque fa di sottrarsene, e più alle frasi prepotenza di cose, onnipotenza di fatti, sogni utopistici, e simili, che ricorrono ad ogni tanto nei volumi che le spettano.

Noi torniamo e torneremo sovente a quest'argomento, dovessimo anche esser tacciati di divagazioni, perchè più che discutere le questioni particolari, ci par giovevole d'adoprarci a che si formi dai giovani un criterio politico.—In politica non si sragiona impunemente mai. Tutte le delusioni che pesano sulla Francia del luglio, e le comandano una seconda rivoluzione, non derivano che da un errore di raziocinio politico, che indusse a credere conciliabili due elementi necessariamente discordi, re e istituzioni repubblicane.

[70] La Lega anfizionica, costituita fra dodici popoli del nord della Grecia, aveva un Consiglio che si riuniva due volte l'anno in Delfo e in Antela, presso le Termopoli. Ventiquattro membri, due per ogni Stato, ciascuno con diritto di voto, lo componevano: poi crebbero i membri, non i voti. L'autorità del Consiglio fu sempre riconosciuta dai deboli, sprezzata dai forti. 354 anni prima di Cristo, i Focesi furono dal Consiglio condannati, come sacrileghi, ad una ammenda per avere lavorato terreni consacrati ad Apollo. Era delitto religioso e dovea trovar tutti uniti. Ma i Focesi corsero all'armi: la Grecia si divise a favore e contro; e la guerra sacra durò dieci anni, spossò i Greci e li diede alle ambiziose tendenze del re dei Macedoni.

[71] Rarus duabus tribusque civitatibus ad propulsandum commune periculum conventus: ita dum singuli pugnant, universi vincuntur.—Tacito in Agric.—ed è la storia di tutte le federazioni.

[72] Neuchâtel apparteneva, quando fu pubblicato l'articolo, alla monarchia prussiana—1861.

[73] All'epoca in cui Gioia scriveva la sua dissertazione, i politici d'Arcadia prevalevano ancora di tanto, ch'egli, non osando quasi enunziare i suoi dubî intorno alla Svizzera, li cacciava in nota, e in bocca a un amico suo viaggiatore. D'allora in poi le storie narrate da Svizzeri rivelarono nuda la condizione della contrada. Vedi fra tutte quella dello Zschokke.