E salvaci, oh salvaci dalla morte dell'anima! Sperdi da noi, checchè avvenga nel tempo di prova che ancor ci avanza, l'ateismo della disperazione, il soffio gelato del dubbio. Come il ferro s'affina sotto i colpi che par minaccino di spezzarlo, così s'affinino i nostri cori sotto il martello della sventura. Come il forte licore diffonde il suo profumo all'intorno quand'è infranto il vaso che l'accoglieva, così si diffonda, tra le ferite dell'ingratitudine, da noi sui nostri fratelli l'amore, ch'è il profumo dell'anime.

E quando nel freddo della solitudine, ch'è il peggiore dei mali, saranno presso a spegnersi le sorgenti della tua vita, suscita, o Padre, a ravvivarle, il pensiero dei morti che amammo e che ci amano. E scenda a lambirci la fronte riarsa il bacio delle madri e delle sorelle perdute, e c'insegni i segreti dell'immortalità, tanto che vivi e morti siamo tutti uno in te nella fede e nella speranza.

XXII.

E stetti sull'Alpi: sull'alto dei Monti che ti ricingono come diadema, o mia Patria, là dov'è eterno il candor delle nevi, eterna la purezza dell'aria, eterno il silenzio se non quando lo rompono lo scroscio della valanga e l'invisibile scorrere, eterno anch'esso, dell'acque che di là scendono a fecondare l'intera Europa; e l'uomo sente se stesso come più presso a Dio.

E le stelle si dileguavano ad una ad una come i fochi d'un campo che si prepara sull'alba alla mossa. E l'alba incoronava l'estremo orizzonte di una luce di vita nascente.

Correva sul vasto ripiano un alito come di creazione, pregno di freschezza e potenza di vita, che affondava sotto a' miei piedi la nebbia delle falde, come un puro e forte pensiero affonda le misere vanità, e le basse passioni tentatrici del core. Ed io sentiva l'anima stanca ringiovanirsi a quel soffio.

E pensai agli istinti profetici della vita immortale, che nè delusioni nè lunghi inconfortati dolori avevano mai potuto spegnere in me, al rinascere solenne di Roma dopo secoli di tenebra profonda e servaggio, alla giovine libertà Ellenica risuscitata dai Klephti delle montagne, quando il mondo la credeva spenta per sempre, al sorriso dei morenti sul palco per l'Unità della Patria, al tiremm innanz del povero Sciesa, quando, a due passi dal supplizio, gli offrivano vita, purchè invocasse perdono, e ai pochi ma rari affetti seminati, come fiori tra le nevi dell'Alpi, sul cammino della mesta mia vita, o all'anima femminile che Dio mi mandava, com'Angelo de' miei giorni cadenti, perch'io la amassi sovra ogni cosa terrena. E dissi a me stesso: No, la vita e il martirio non sono menzogna: l'amore consacra l'uno e l'altro all'eternità. Il dolore è santo; la disperazione è codarda.

E il Sole sorgeva; simbolo, eternamente rinascente, di vita, grande, maestoso, solenne: il Sole d'Italia sulle Alpi! Ed io affondava lo sguardo fin dove poteva, giù dove si stende il sorriso interminabile della bella mia Patria. E la luce si diffondeva come aureola promettitrice sovr'essa colla rapidità del mio sguardo. E la mia anima, sorvolando quel torrente di calore e di luce, nuotava con fede irresistibile e nella speranza e nell'antico orgoglio del nome d'Italia.

Tu sorgerai, o mia Patria! grande nel mondo come il sole sulle tue Alpi: santa del tuo lungo Martirio: bella del duplice tuo Passato e dell'infinito Avvenire. E il tuo sorgere sarà segnale al sorgere delle Nazioni; e rinnovellerà, onnipotente contro ogni nemico, la faccia dell'Europa. E questo avverrà, quando, cacciati gl'idolatri dal Tempio e disperse le nebbie delle false dottrine che t'indugiano sulla via, i tuoi figli non avranno altra via che la linea retta, altra scienza che la verità senza veli, altra tattica che il coraggio e l'ardire, altro Dio che il Dio della Giustizia e delle Battaglie.