XXIII.

Ed io so che parecchî fra voi, incadaveriti in ogni libera facoltà per troppo lungo soggiorno appiè dell'Idolo Forza, dell'Idolo Tattica, dell'Idolo Lucro, s'irriteranno delle mie parole e diranno raca! al fratello; e appiattati, siccome ladri in viottoli, in qualche angolo oscuro dei loro diarî e libercoli, schizzeranno contro me fango, bava e veleno. Ma essi non hanno potere sull'anima mia, nè contro le verità ch'io parlo ai giovani e ai figli del Popolo, e che i giovani e i figli del Popolo ascolteranno quando che sia.

Però che Dio mi diede, chiamandomi a vita quaggiù, una inesauribile potenza d'amore ed una di spregio. E come Giovanni Huss di sul rogo, vedendo un uom del contado affaccendarsi per aggiungere legna a quella che già lo ardeva, esclamava: o semplicità santa! io diffondo la prima sulla testa di quei che m'oltraggiano per errore di mente debole: e la seconda, io la verso sulla testa degli idolatri che calunniano per basso livore d'invidia o per secondi fini. Nè guardo o curo più oltre.

Ma il Vero ch'io parlo, come m'è inspirato dalla tradizione d'Italia e dalla pura coscienza, è immortale; nè calunnia di codardi o malia di false dottrine o bastardure di corti può soffocarlo se non per poco.

E in nome di quel Vero oggi io grido:

XXIV.

Giovani d'Italia, sorgete!

Sorgete sui monti! Sorgete sul piano! Sorgete in ciascuna delle vostre città! Sorgete tutti e per ogni dove! Non vedete che il sorgere subito o universale è vittoria certa, senza i sacrificî della vittoria?

Sorgete tutti e per tutti! Non siete voi tutti figli d'una stessa Italia, in cerca d'una stessa Patria?

Non dite, voi che avete terreno libero ed armi: perchè non sorgono come noi gli uomini delle altre provincie? In verità, quella è parola di Caino, e se voi poteste proferirla, meritereste di perdere la libertà conquistata, e la perdereste.