Gli uomini della prima classe—lasciando da banda gli agitatori volgari che saranno schiacciati qualunque volta s'attenteranno di agire—rinsaviranno col tempo e le delusioni. È impossibile non si avvedano presto o tardi che l'azione è colpa quando ha un intento non giusto, follìa quando la riuscita non è possibile—che se il problema dell'emancipazione operaja è universale, le condizioni diverse nei popoli fanno diversi i modi, che a ciascun popolo appartiene essenzialmente il segreto della scelta di questi modi e che l'indipendenza del concetto nazionale da una direzione straniera è la prima forma della libertà collettiva e pegno a un tempo di quella coscienza della propria forza, senza la quale non è dato ad alcuno di compier doveri e di conquistare diritti—finalmente che non è potente ad un fine se non l'unità di forze omogenee, e che l'illudersi a cercar potenza per fare una Associazione cosmopolitica in seno alla quale una sezione crede nella giustizia della proprietà collettiva, un'altra in quella della proprietà individuale, una terza nell'onnipotenza dello Stato, una quarta nell'abolizione degli Stati a pro d'una illimitata autonomia di Comuni, una quinta nel predominio dello spirito e dell'ideale, una sesta esclusivamente nella materia e negli atomi vaganti in cerca d'un concorso fortuito, torna tutt'uno col cercar vittoria da un esercito nel quale un battaglione mova di fronte mentre un altro volga a diritta, un altro a sinistra e un quarto retroceda sotto capi non intesi fra loro.
La seconda classe d'uomini—lasciando da banda Governi che si affaticano a vivere di negazioni—è composta d'incorreggibili. La bassezza dell'animo li fa inaccessibili a ogni cosa che non sia la prepotenza d'un fatto. Oggi, l'opera loro indugia il progresso, ma più in virtù di vizî che sono in noi che non in virtù d'influenza reale che sia in essi; e quando, curati quei vizî, il fatto nuovo s'affaccierà, sfumeranno nel nulla o mendicheranno a noi, che non accetteremo, il diritto di proferire le stesse menzogne a pro nostro.
Ma la terza classe è ben altrimenti numerosa e importante, non solamente per le condizioni di intelletto educato e di possedimenti che la farebbero, se volesse, arbitra dello Stato, ma perchè in essa sono latenti i germi del bene insteriliti negli altri. Tolta via una genìa di speculatori e di banchieri insaziabili che contaminano le buone vecchie abitudini del commercio e preparano crisi tremende ai popoli, gli uomini delle classi medie furono e sono tuttora uomini di lavoro e ne sanno il valore e la dignità. In un periodo nel quale, sciolti per molte cagioni tutti i vincoli d'unità morale, di viva fede e di culto a un fine comune, non rimane a norma di vita che l'io, hanno ringrettito affetti e virtù ad affetti verso l'angusto cerchio privato, a virtù domestiche e inoperose oltre il recinto della famiglia e dei pochi amici, ma la facoltà d'intendere e d'operare il bene vive in essi, più sviata e intorpidita che spenta. Da queste classi borghesi che si affermarono coll'antica emancipazione dei nostri Comuni, escirono, in tempi più recenti, forti fatti di lunga ostinata resistenza ai dominatori stranieri e torme di giovani volontarî per le battaglie dell'Unità nazionale e apostoli incontaminati del Vero e di questa stessa emancipazione del popolo che noi predichiamo. Gli artigiani d'Italia lo sanno e serbano, buoni come sono, animo grato ai fondatori degli asili per l'infanzia, delle casse di risparmio, delle prime scuole popolari, rimedî inefficaci ai loro mali, ma creduti allora i soli possibili e occasione del ridestarsi del popolo alla coscienza di fati migliori. Chi s'adopra fra noi a seminare astio fra classe e classe e irritare il povero popolo contro chi s'emancipò primo o contro ai detentori, quali essi siano, di capitali, fa opera trista che non giova agli artigiani e suscita a sospetti di pericoli, che in realtà non esistono, tutta una moltitudine di cittadini necessarî anche essi al progresso della Nazione.
Non esistono per chi ama e intende se non due classi di cittadini, i buoni e i tristi, gli amorevoli al bene altrui e capaci di sagrificio, e gli egoisti, se borghesi o artigiani non monta, che non pensano se non al proprio benessere. Se la tendenza a questo egoismo s'incontra più frequente tra quei che possedono, la cagione sta nelle più numerose tentazioni materiali che li accarezzano, nei Governi che, a serbarli amici, circondano di monopolî e privilegi civili e politici la loro ricchezza e in una dottrina economica buona a suo tempo, funesta in oggi, che dei due elementi d'ogni progresso, Libertà e Associazione, non conosce che il primo e che, travolta nel materialismo del periodo in che nacque, sostituisce al problema umano un semplice problema di produzione. Bisogna combattere l'infausta dottrina, mutare i Governi fondati sul monopolio e sul privilegio, illuminare quei molti, sviati dalla stampa semi-officiale, sulle condizioni reali degli artigiani, sulla potenza del loro moto, sull'urgente da farsi. E se anche il tentativo non riuscisse, bisogna farlo per dovere, per testimonianza a tutti dell'animo nostro, per assicurarci nelle opere future una pura coscienza. Cento, cinquanta, venti anime sottratte per noi all'errore che minaccia di riescire fatale all'intorpidita società d'oggi, sono premio che basta al tentativo sul quale insistiamo.
L'errore, l'errore fondamentale che addormenta nella classe d'uomini alla quale accenniamo la tendenza a esaminare seriamente il problema e tentar di risolverlo concordemente con noi, è quello di guardare al moto artigiano, non come a fatto provvidenziale e ineluttabile, ma come a frutto di tempi politicamente agitati e fenomeno che un migliore assetto governativo e alcuni lievi miglioramenti ai mali più urgenti dileguerebbero.
Quei che così pensano fraintendono interamente i caratteri del moto.
Il moto è intimamente e indissolubilmente connesso colla questione politica, nè raggiungerà il proprio fine se non sciolta quella. Nessuna trasformazione sociale può compirsi senza l'impianto di instituzioni politiche corrispondenti al principio che le dà vita e potenza: chi tentasse operarla isolata susciterebbe una serie interminabile e inefficace di tremende guerre civili. Nessuna rivoluzione politica può d'altro lato farsi legittima e riescire a buon porto se non modifichi gli ordini sociali e non inizii alla vita nazionale una classe d'uomini fino a quel giorno diseredati: dove nol faccia, crea irrevocabile la necessità d'una nuova rivoluzione dopo non lungo intervallo di tempo e una sorgente di perenni contese civili in quell'intervallo. Ma la questione sociale ha una vita propria, immanente, indipendente dall'altre di tanto che, affacciata una volta, non può spegnersi per cosa che altri faccia in manifestazioni diverse della vita della Nazione. Tutte le libertà amministrative possibili, s'anche poteste—ciò che non è—ottenerle cogli ordini attuali, non varrebbero a farla retrocedere: il suffragio universale stesso—ed è, senza rivoluzione politica, utopìa inverificabile—non basterebbe a sopirla e diverrebbe un'arme in mano agli uomini che la promuovono. Soltanto, quell'arme potrebbe sviarsi: diventare strumento di sanguinose guerre civili in pugno al primo uomo dotato dell'energia audace di Spartaco o strumento di tirannide contro tutti a pro del primo usurpatore capace, come in Francia, di largamente promettere senza attenere. In Russia il moto sociale s'agita più potente d'assai che non il politico. E il programma, dal quale oggi accenna a retrocedere, dell'Internazionale medesima è prova che se le grandi questioni politiche o di principî non fossero, il moto sociale vivrebbe pur sempre; bensì di vita anormale, costretto più sempre nei limiti della questione puramente materiale e aperta quindi a tutti i suggerimenti delle passioni e degli appetiti. La politica—come deve intendersi—è consecrazione, non cagione, del moto ascendente operajo.
Molti fra gli uomini ai quali s'indirizzano più specialmente le nostre parole, credono in Dio o lo dicono. Hanno mai pensato—se quella credenza è in essi, non puro suono di labbra, ma realtà profonda nell'anima—alle conseguenze ch'essa trascina logicamente con sè? Hanno pensato che, se Dio esiste, esiste necessariamente fra Dio e la sua creazione un pensiero, un disegno provvidenziale? ch'esiste per la vita dell'individuo e dell'Umanità un fine? ch'esiste per noi tutti, individui e società, un sacro assoluto dovere di cooperare a raggiungerlo? che un fine, qualunque sia, assegnato all'Umanità ha essenzialmente bisogno, per essere raggiunto, di tutte le facoltà, di tutte le forze collegate, esplicite o tuttavia latenti nell'Umanità stessa? che conquistare gradatamente e costituire coll'Associazione l'Unità morale della famiglia umana è indispensabile scala a quel fine? che quindi la negazione progressiva di tutte le caste, di tutte le distinzioni artificiali e—nei limiti del possibile—di tutte le ineguaglianze tendenti a separare gli uomini e diminuirne l'associazione e il lavoro concorde, è parte del disegno provvidenziale? In questa serie di deduzioni innegabili, possiamo dirlo, da chi ammetta il principio, vive la cagione del moto attuale, vive la sua legittimità, vive la certezza della sua vittoria e dovrebbe vivere in noi tutti, cattolici o protestanti, cristiani e non cristiani, quanti crediamo in Dio, quel senso di riverenza e d'amore per le classi ch'oggi battono alle porte del mondo civile da noi provato davanti a ogni vita nascente, alla culla d'un individuo, d'un popolo, d'una razza. Dio dice a noi tutti: adorate e operate a pro d'esse.
Due sole cose potrebbero frammettere un dubbio tra la percezione del Vero e l'azione. È quel grado di progresso da salirsi appartenente all'epoca nostra? È la coscienza di questo progresso sufficientemente desta e operosa nella classe che deve salirlo?