Alla prima interrogazione risponde affermativamente il passato: alla seconda, con eguale affermazione, il presente. Storia e fatti dell'oggi convalidano la nostra fede e possono, comunque più imperfettamente, guidare alla stessa persuasione quanti hanno la sventura di non credere in Dio.

Noi non possiamo intessere qui un corso di storia, ma diciamo che chi vorrà interrogarla troverà additato come termine fondamentale e fine immediato dell'Epoca l'emancipazione artigiana: troverà esaurita la serie dei termini procedenti quest'uno e anteriormente conquistati dall'intelletto del mondo civile. Attraverso le aristocrazie teocratiche primitive, il dualismo di quelle e del principato, il dispotismo sottentrato dell'Uno, le Repubbliche aristocratiche, le guerre e le conquiste dell'elemento democratico in seno ad esse, l'Impero, poi il nuovo dualismo tra esso e il Papato, il patriziato feudale, i Comuni, le Monarchie cercanti in essi ajuto a sottomettere gli eredi dei guerrieri padroni di feudi e, più giù fino a noi, le ribellioni popolari d'Europa e la Rivoluzione del secolo scorso, le caste si logorarono a una a una, il cerchio dell'associazione s'estese, l'unità della famiglia umana andò successivamente ampliandosi. Gli uomini diseredati, per difetto di nascita o forza, d'ogni convivenza passarono successivamente dalla condizione di vittime consecrate se prigionieri in guerra o di cose in mano dei loro padroni a quella di schiavi nudriti perchè lavorassero—da quella alla condizione di servi della gleba o d'un uomo—poi a quella d'agenti di produzione retribuita a salario determinato dalla cieca legge dell'offerta e della richiesta e dall'arbitrio dei detentori di strumenti del lavoro. Gli emancipati di quella classe d'uomini che avevano, per virtù propria, affetto degli antichi padroni o caso, potuto raccogliere una somma più o meno determinata di fattori della produzione, si collocarono classe intermedia tra gli antichi padroni ordinati a governo e i milioni mutati di servi in artigiani e furono detti borghesi. La Rivoluzione francese del secolo scorso fu, nei risultati pratici, rivoluzione borghese e dotò quell'elemento di privilegi civili e politici d'ogni sorta. Se non che proclamando, come principio, eguaglianza fra tutti i figli della Nazione, chiamando il popolo a meritare colla difesa del territorio, suscitando colla predicazione della Libertà e dei diritti spettanti a ogni uomo le facoltà fino allora latenti d'entusiasmo e di dignità individuale, rivelò ai figli del Lavoro, al quarto stato, com'oggi dicono, diritti, doveri e coscienza di forza ad un tempo. E oggi si tratta per essi di tradurre in fatto un principio teoricamente accettato. La progressione è visibilmente continua; e addita maturi i tempi perchè il problema si sciolga.

Il presente dichiara intanto ai meno veggenti l'irrefrenabile potenza del moto. Il sorgere, l'agitarsi della classe artigiana in cerca d'un migliore avvenire, è universale: non è terra in Europa che non ne manifesti più o meno minacciose le aspirazioni. Gli Artigiani possono in un luogo o in un altro traviare nel metodo, nella scelta dei mezzi; ma il fine è unico e il senso di questa unità li chiama ad affratellarsi di terra in terra gli uni cogli altri e il senso di questo affratellamento compito o possibile crea in essi la sola cosa che ad essi mancasse, coscienza di forza. In qualunque modo si giudichi, tremando delle conseguenze o salutandole, come noi facciamo, indizio certo di un'Era nuova, d'un nuovo stadio d'educazione salito dall'Umanità, cominciamo a intender noi tutti che questo moto non è sommossa passeggiera, ma avviamento a una grande rivoluzione, impulso provvidenziale di non retrocedere più mai finchè non abbia raggiunto il fine.

Si raggiungerà con voi o contro voi, uomini delle classi emancipate? La scelta sta in mano vostra. Noi non possiamo che insistere ad affacciarvi di tempo in tempo, per debito di coscienza, il problema. Ma badate: è problema di sfinge: dovete risolverlo o correte rischio d'essere divorati. Voi siete oggi nella posizione assunta dall'Europa politica nella questione d'Oriente. Per terrore della Russia, l'Europa s'ostina a puntellare artificialmente un Impero, il Turco, condannato irrevocabilmente a perire e travolgere, disperato d'ogni altro ajuto, le popolazioni indigene, alle quali è affidata l'esecuzione della sentenza, in braccio allo Tsar; e voi, per terrore irragionevole del moto artigiano, siete a pericolo di travolgerlo sotto l'influenza d'agitatori che insegnano agli artigiani la necessità d'aborrirvi e distruggervi. Ricordatevi che l'ostinazione delle monarchie a negare il diritto repubblicano di Francia creò il Terrore e le carneficine del 1793. Siete oggi in tempo per promuovere pacifico e regolare il moto con noi: domani forse, ve lo diciamo tristemente convinti, v'udrete ripetere: è tardi.

II.

Per quali modi potrebbe verificarsi tra le classi operaje e le medie la concordia invocata?

Il modo decisamente migliore è uno; e tutti sanno qual sia per noi. Ma anch'oggi e sotto l'impero delle instituzioni dominatrici, quella concordia nel moto può iniziarsi e i modi son molti: primo fra tutti, senza il quale ogni suggerimento sarà inascoltato, è per le classi medie quello sul quale andiamo insistendo: studiare, con vero amore e intenzione deliberata di giovarlo, il moto operajo. Un miglioramento morale in noi stessi è sempre a capo d'ogni grande mutamento, d'ogni grande impresa.

E questo miglioramento morale è urgente davvero. Oggi, la piaga che più rode l'anime nostre è l'indifferenza. La schiavitù di tre secoli ci ha rapita gran parte della coscienza di forze che pur sono in noi per operare e riuscire. Il materialismo entrato in noi appunto colla schiavitù ha, come sempre, scemato, limitando dentro un angusto meschino orizzonte le conseguenze delle opere, quel senso dell'importanza, della santità della vita ch'è la più forte sorgente delle grandi cose. A che migliorare noi stessi se dobbiamo morire interi, organismo e spirito che lo move, domani? A che affaticarci e affrontare sacrificî, quando nessuna legge intelligente è mallevadrice dei risultati, quando l'edifizio penosamente inalzato sarà forse rovesciato dal primo soffio di vento, dal primo fatto che sorgerà impreveduto? I fini eterni, le lente, potenti manifestazioni che inanellano l'una coll'altra le generazioni e frutteranno ai pronipoti, trovano intorpidita la mente e incerto, scettico il cuore. Un machiavellismo, ch'è la pratica del materialismo, sceso dall'anima, potente di desiderî, ma disperata di meglio, del povero Machiavelli e peggiorato dai fiacchi arrendevoli successori, ha colpito di gelo le migliori facoltà nostre insegnando che non s'hanno da affrontare e dominare le circostanze, ma s'ha da cedere ad esse e veder di trarne il men tristo partito possibile. Per tutte queste ragioni riunite, abbiamo a poco a poco sostituito all'adorazione del Dovere l'idolatria dell'opportunità, all'Ideale divino il piccolo calcolo delle conseguenze immediate, alle norme d'una Legge suprema su tutta quanta l'Umanità, la breve signoria del fatto compito, alla Verità che non muore la realtà transitoria dell'oggi. Talora, gli istinti dell'anima immortale si ribellano dentro noi: i bollori giovanili del sangue e un avanzo di umana dignità mutata in orgoglio spronano a proteste virili; ma l'impulso non dura e un nobile fatto è seguìto da lunghi intervalli di ignavia e di inerzia. Splende in noi, ricordo della nostra missione, qualche solitario lampo di virtù, ma la costanza in essa è sparita; e se il Bene trapela agli occhî dell'intelletto, ci stringiamo sconfortati nelle spalle dicendo: non è da noi il raggiungerlo: fidiamo al caso, a nuove incerte circostanze, alla generazione che verrà dopo noi, l'impresa ch'è nostra. I nostri studî si rivolgono tutti al passato, tanto ci sentiamo incapaci di promuovere l'avvenire; e in quel passato non cerchiamo incitamenti a fare e indizî del come, ma oblio delle cure presenti e pascolo a una infeconda vanità di sapere, invece d'una attiva filosofia della vita. Così, ringrettiti, insteriliti, diseredati d'azione, ci ravvolgiamo in un manto di indifferenza che chiamiamo rassegnazione di prudenti, ed è codardia morale. Se la miseria passa gemendo d'innanzi all'uscio della nostra casa, la soccorriamo cristianamente, ma senza pur sospettare che incombe a noi di prevenirne il ritorno, di rintracciarne le ingiuste cagioni e di cancellarle. Se un popolo-martire, dopo d'avere eroicamente combattuto per la propria nazionalità, scende con dignità nella tomba—se una intera famiglia di popoli muti finora e separati dal comune progresso europeo freme moto su tutta una vasta zona e chiede ammessione al banchetto del mondo civile—plaudiamo come spettatori a sublime spettacolo, ma senza esigere che un mutamento nella nostra politica internazionale ajuti il martire a risollevarsi o promuova quel moto ascendente d'una intera razza. È stato necessario che, pari alla minaccia del festino di Balthazar, il funesto bagliore degli incendî parigini illuminasse per noi una protesta emancipatrice degli operaî, perchè—scossi non dall'amore, ma dalla paura—volgessimo la nostra attenzione al problema agitato visibilmente da mezzo secolo per chiedere, dopo pochi momenti di studio, ai Governi di proteggerci contro i pericoli e risolvere per noi la questione.

I Governi d'oggi, guasti dal principio esaurito e condannato a sparire onde tutti s'informano, sono impotenti a risolverlo; e le cieche brutali resistenze, arma unica che essi sappiano e possano per un tempo adoperare, accumuleranno su voi che invocate protezione da essi odî e vendette che nessun pacifico apostolato da parte nostra potrà scongiurare e scoppieranno un dì o l'altro tremendi. Voi soli, uomini delle classi medie, potete allontanar quei pericoli. La causa è vostra: dovete non delegarne gli obblighi ad altri, ma soddisfare ad essi voi medesimi coll'amore, collo studio e con opere perseveranti.

È tempo che, scotendo da sè una inerzia, che li fa parere d'essere in parte complici di colpe non loro, gli uomini delle classi medie tornino al vero concetto della vita data da Dio perchè si comunichi ad altri e intendano ch'essi sono quaggiù depositarî d'una missione da non violarsi impunemente nel presente e nell'avvenire. Giunti prima a un grado di sviluppo intellettuale ed economico, essi devono oggi ajutare chi rimase addietro a salire. Da diciotto secoli le loro labbra mormorarono la santa parola di Gesù: eguaglianza delle anime; è tempo che quella parola scenda dalle labbra nel cuore e lo fecondi ad opere attive a pro dei loro fratelli. Essi li chiamano tali nel recinto del Tempio, davanti a Dio; ma non deve essere la Terra tempio di Dio? Non deve esserne Sacerdote tutta quanta l'Umanità? Non sono gli eguali davanti a Dio chiamati ad esserlo davanti agli uomini? Non dovrà mai aggiungersi a quella santa parola la più santa preghiera colla quale Gesù invocava che «il Regno di Dio si trapiantasse per opera nostra per quanto è possibile dal cielo, dove splende come nostro Ideale, sulla terra ove deve incarnarsi in realtà?» Guardino al levarsi di queste plebi, rejette jeri a condizione di casta inferiore, anelanti oggi a penetrare nel recinto della Città, non come a sommossa passeggera, ma come a marea suscitata dall'alito divino, non con paura, ma colla riverenza amorevole colla quale si guarda a un grande fatto provvidenziale. La famiglia umana accenna a salir d'un passo sulla via che guida alla meta assegnata. È pensiero da far balzare di gioja ogni uomo che è buono o intende a meritare quel nome: e la gioja dovrebbe essere maggiore in chi è in alto e può porgere una mano ajutatrice ai compagni di viaggio.