Prima cosa da farsi è l'accertare quali siano i bisogni delle classi artigiane, quali i loro patimenti e quali i rimedî che invocano. Bisogna chiederlo ad esse, interrogarle dappresso, agevolarne l'espressione collettiva e sincera. Centocinquanta società operaje—e il numero andrà crescendo ogni giorno—hanno poche settimane addietro costituito in Roma un Centro incaricato di parlar per esse, hanno annunziato che tenterebbero l'impianto d'una pubblicazione settimanale a quel fine: bisogna proseguire nell'opera iniziata da noi e promuovere quell'intenzione sottoscrivendo. Taluni—sia lode ad essi—lo han fatto: seguano molti l'esempio: l'utile del raccogliere documenti necessarî a intendere e risolvere la questione s'accoppierà al pegno di concordia e d'affetto dato così agli operaî. Il resto è da farsi col contatto personale, scendendo nelle loro officine, affratellandosi con essi nelle radunanze commemoratrici delle loro società, conversando fraternamente con quanti ricevono commissione individuale di lavori, arrestandosi al solco del villico a interrogarlo sulle sue condizioni, sulla famiglia, su ciò che più potrebbe giovargli. E questo contatto amorevole frutterà a un tempo intenzione dei modi di fare il bene e potenza di combattere il male, di confutare gli errori economici suggeriti ad essi dai demagoghi per mestiere, di sperdere il fascino di speranze destinate a tornare illusioni.

Poi, l'Istruzione. I più tra gli artigiani la cercano avidamente e il darla toccherebbe a chi l'ha. Un Governo repubblicano la darebbe gratuita, obbligatoria, nazionale, a tutti i figli della Patria comune. Ma intanto gli uomini delle classi abbienti possono, volendo, darne gran parte. In ogni centro considerevole d'industria dovrebbe impiantarsi una scuola per insegnare agli artigiani, disegno lineare, geometria, elementi d'algebra, meccanica, chimica, applicazioni pratiche della fisica ed altro. Ma ogni località anche di secondo o terzo ordine può avere, mercè un piccolo sacrifizio d'oro e di tempo, riunioni serali o pei giorni festivi nelle quali si partecipi agli operaî un insegnamento morale, si narrino popolarmente le tradizioni dei nostri Padri, si trasmettano nei loro punti salienti le vite dei nostri Grandi, si comunichi la conoscenza geografica della nostra Terra congiunta a considerazioni generali sulle condizioni delle varie contrade che la costituiscono, dei varî rami dell'umana famiglia che vivono in essa. E in ogni località dovrebbe formarsi per via di doni una piccola biblioteca popolare circolante; e in ogni località agricola, dove pur troppo non si sa leggere, un giovane dovrebbe raccogliere intorno a sè i coltivatori e leggere per essi, spiegando ove occorra, un buon libro. Quando pensiamo all'immenso bene che può derivare da un'ora sottratta a sterili sollazzi, da poche lire sottratte a inutili spese, ci sembra impossibile ch'altri non cerchi a sè stesso su questa via il sereno soddisfacimento d'averlo operato e tentato. Chi scrive leggeva poc'anzi in un giornale italiano, miste a un inno all'ebbrezza, dichiarazioni frementi vendetta e retribuzioni di sangue per la fucilazione, delitto ed errore ad un tempo, di tre fra i combattenti a pro del Comune in Parigi; e pensava: anche l'ira è santa talora e nessuno può osare di rimproverarne, per cagione siffatta, l'espressione. E nondimeno non dobbiamo noi repubblicani raccogliere l'ultima parola di Rossel, soffocare quell'ira e ricordare che non vinceremo se non a patto d'esser migliori dei nostri nemici e non calcarne le orme colpevoli? Se quei giovani buoni nel profondo dell'anima e repubblicani spendessero l'ora devota ad alimentare un odio sterile, com'essi dicono, fra le bottiglie, tra i loro fratelli popolani, nel modo or ora accennato, non gioverebbero più assai alla causa che intendono di promuovere? Non è più potente a pro d'un popolo abbandonato un germe di comunione e d'amore che non cento grida di rabbiosa vendetta?

III.

Abbiamo accennato agli ajuti da darsi dagli uomini delle classi medie all'espressione officiale dei bisogni e dei voti degli operaî d'Italia che la Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma sta preparando, ed abbiamo accennato all'istruzione da diffondersi tra i lavoranti dell'Industria e tra la considerevole popolazione agricola anche più abbandonata finora. Ma le classi medie potrebbero anche oggi, volendo, far ben altro. Una Associazione formata collo scopo di raccogliere capitali destinati a promuovere gli esperimenti degli operaî, somministrando, senza speculare, anticipazioni alle Società di cooperazione, comprando a basso prezzo terre incolte o neglette ed offrendone, a certi moderati patti per l'avvenire, la coltivazione e la proprietà ad agricoltori valenti e capaci, associati, potrebbe, se le prime prove riuscissero, produrre splendidi risultati. Se non che ora intendiamo parlare soltanto di quelle manifestazioni che senza gravi sacrificî o pericoli basterebbero a stringere, con immenso benefizio del paese, concordia d'affetto fra le classi artigiane e le medie; e ne accenneremo due o tre in via d'esempio.

Mal si trattano i piati che sorgono frequenti fra i lavoranti o gl'intraprenditori dagli stessi onde escirono le cagioni: il senso quasi sempre esagerato dell'ingiustizia negli uni, della soverchia esigenza negli altri, inacerbisce le contese e vieta ai contendenti l'imparzialità necessaria agli accordi. L'instituzione, pendente questo inevitabile periodo di transizione, di Consigli conciliativi, composti per metà di padroni per metà di operaî, esciti tutti naturalmente dall'elezione e presieduti, se vuolsi, da un individuo capace appartenente alla magistratura ed eletto egli pure, riuscirebbe sommamente giovevole in tutti i dissensi che sorgono frequenti fra i lavoranti e i capitalisti che li impiegano. E la missione di Consigli siffatti potrebbe facilmente estendersi a un diritto d'invigilamento sulla salubrità dei locali e su quanto riguarda il lavoro in alcuni pericolosi rami dell'industria. L'impianto di questi Consigli può soltanto e dovrebbe essere provocato, offerto dalle classi medie.

Un fatto di più grave importanza dovrebbe, per impulso degli elettori che appartengono tutti alle classi medie, iniziarsi dai loro deputati:—fatto che proverebbe officialmente il grado d'importanza raggiunto dalla questione sociale e avvierebbe la stampa e l'opinione pubblica su via migliore di quella dell'oggi. Un deputato, Agostino Bertani, ha dato pochi dì sono indizio d'animo desto alla necessità d'occuparsi della condizione dei lavoranti italiani proponendo un'inchiesta sullo stato delle nostre classi agricole. Se non che un'inchiesta, dov'anche fosse concessa, condotta da uomini parlamentari e colle abitudini prevalenti, non darà mai—e una serie di fatti anteriori lo prova—risultati pratici.

L'inchiesta prima dovrebb'esser fatta dagli operaî, o lo sarà per le società se, respingendo proposte d'isolamento o di metodi diversi che ritarderebbero l'emancipazione invocata, si stringeranno intorno alla Commissione direttiva eletta nel Congresso di Roma; poi tolta a base, darebbe luogo a facile verificazione e ad esame del Parlamento. Ma parecchie fra le piaghe che mantengono le tristi condizioni materiali delle classi operaje sono note, accertate; e dovrebbero inspirare, a quanti hanno in Parlamento potuto serbare intatto il senso del dovere verso il Paese, una serie di risoluzioni che affacciassero all'Italia officiale il problema sociale in modo più solenne ed urgente e additassero alcuni, non foss'altro, dei primi rimedî. Convinti come essi sono, o dovrebbero essere, che il problema economico è un problema di produzione—che per produrre bisogna vivere—che quindi il necessario alla vita è sacro e dovrebbe essere immune da ogni diretto o indiretto prelevamento—le risoluzioni dovrebbero, precedute da un sommario delle condizioni attuali e dei loro pericoli, chiedere un riordinamento del sistema delle tasse diretto a lasciare intatto il necessario e non operare se non dove comincia il superfluo alla vita. E convinti come sono, o dovrebbero essere, che le grandi questioni sociali non si sciolgono a spicchî, ma afferrandone l'insieme o porgendo soddisfacimento a tutte le loro più determinate e giuste esigenze, dovrebbero toccare nella serie delle proposte il lato morale, intellettuale, economico del problema, dalla necessità d'un radicale rimutamento della legge elettorale e d'una educazione nazionale obbligatoria e gratuita fino alla formazione d'un capitale destinato a mallevadoria di certe operazioni prime delle associazioni artigiane industriali e alla concessione di terre, proprietà dello Stato e dei Comuni, alle associazioni agricole. Le proposte sarebbero senz'alcun dubbio sommariamente respinte dall'Italia officiale; ma la questione rimarrebbe posta nei suoi veri termini davanti al Paese; il pegno di concordia che noi chiediamo per gli artigiani dalle classi medie sarebbe dato; il popolo saprebbe a quali uomini ha diritto di rivolgersi pei miglioramenti invocati e l'Italia non officiale, arbitra suprema un dì o l'altro di tutti e di tutto, risolverebbe più assai rapidamente il problema.

Il riordinamento del Lavoro sotto la legge dell'associazione sostituito all'attuale del salario, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico futuro, e implica che un capitale indispensabile all'impianto dei lavori e alle anticipazioni necessaria debba raccogliersi nelle mani degli operaî associati. Questo avverrà per vie diverse, delle quali dovremo a poco a poco parlare. E tra queste vie una che per opera dei buoni delle classi medie potrebbe, in questo periodo di transizione, condurre all'intento è quella d'ammettere i produttori artigiani alla partecipazione negli utili dell'impresa.

Esperimenti di questo genere furono, sin dal 1830, tentati e riuscirono; provarono una verità economica troppo negletta, che per aumentare la somma della produzione non basta d'aumentar la richiesta o di trovare nuove sorgenti al lavoro, ma è necessario aumentare il valore produttivo d'ogni individuo e che questa attività produttrice aumenti in ragione diretta della parte che gli è concessa nei frutti della produzione: il lavoro libero produce più del lavoro servile e nelle condizioni attuali l'operajo che, senza interesse alcuno materiale o morale nei risultati della produzione, non dà, generalmente parlando, se non quel tanto di lavoro necessario a rivendicargli il salario pattuito, ha dalla compartecipazione sprone a produrre maggiormente e meglio. Una prova di ciò che affermiamo escì dall'Associazione instituita nel 1830 in Parigi dal signor Leclaire nel suo stabilimento per la pittura degli edifizî. D'un altro notabilissimo diede i più minuti ragguagli il nostro collega Aurelio Saffi nel n. 35 della Roma del Popolo, ed esortiamo a meditarlo chi l'avesse, trasvolando, negletto. I particolari d'un terzo furono poche settimane addietro raccolti da uno scrittore francese di merito, Eugenio Véron, e sommano a questo:

«Il signor Briggs, ricco proprietario di miniere carbonifere in Inghilterra e presidente d'una Lega tra i padroni formata per resistere alle pretese dell'Unione degli artigiani, stanco dei dissensi continuamente rinascenti nelle sue officine, prese nel 1864 altra via.