(Gli scritti che seguono sono, in certo modo, epilogo al dramma di Roma, e conchiudono il periodo che abbraccia il 1848 e il 1849. Li pubblicai dalla Svizzera.)

LETTERA AL MINISTERO FRANCESE.
Ai signori Toqueville e Falloux, ministri di Francia.

Signori!

Se voi, ne' vostri discorsi del 6 e del 7 agosto, non aveste calunniato che me, tacerei: non ho provato mai nella vita se non indifferenza per la calunnia e supremo disprezzo pei calunniatori. Ma voi faceste segno delle vostre calunnie una intera rivoluzione, santa nel suo diritto, pura d'eccessi nel suo sviluppo: un intero popolo, buono, valoroso e notabile per affetto all'ordine e abitudini di disciplina, tramandate ad esso dagli antichi suoi padri. Uomini consacrati da lunghi studî alla serena imparzialità filosofica, avete non per tanto, pe' vostri fini, ripetuto impassibili all'Assemblea le volgari accuse d'anarchia, di terrore e di setta, gittate per più mesi, pascolo a un pubblico ignaro, da gazzettieri pagati perchè si spianasse la via all'iniqua impresa contro la romana repubblica. Avete freddamente, col labbro atteggiato al sorriso dell'ironia, avventato il fango della nazione su quei che morirono per la patria nascente. Importa che, per onore della razza umana, qualcuno protesti. Importa che non per voi nè per una maggioranza parlamentaria diseredata, per opera d'egoismo e paura, d'ogni senso morale, ma per quei che gemono tra voi, come noi gemiamo, la libertà perduta, e per la Francia dei dì che verranno, sorga una voce d'onesto a dirvi, o signori, che la vostra eloquenza è mero artificio, la vostra fede una ipocrisia; che per tutta quanta la serie delle vostre asserzioni voi non avete dato se non menzogne alla Francia e all'Europa; che s'havvi nel mondo cosa più vile del carnefice e dell'opera sua, è l'insulto al cadavere, la percossa alla pallida faccia di Carlotta Corday. Io dunque scrivo e protesto in nome di Roma. Io so d'uomini i quali dovrebbero, per onor della Francia, assumersi la parte ch'oggi io m'assumo: sono gli impiegati della vostra cancelleria in Roma[98], che arrossivano davanti a me degli atti del loro governo e plaudivano riconoscenti alle nostre cure protettrici e alla condotta ammirabile del nostro popolo, ma paventavano la perdita dell'ufficio. E so d'altri—ma questi son nostri,—ai quali basterebbe l'animo per protestare, da Roma, e sfidando le vendette sacerdotali, contro le vostre menzogne: ma la vostra antiveggente amministrazione ha chiuso ad essi, sopprimendo ogni giornale, dal vostro infuori, ogni via di pubblicità.

I.

Non era più in Roma sovrano. Il papa s'era fatto disertore a Gaeta. Una commissione governativa instituita da lui avea ricusato d'assumer l'ufficio. Due deputazioni, inviate successivamente da Roma a supplicar Pio IX, perchè tornasse, s'erano vedute respinte. E condizione siffatta di cose trascinava inevitabili l'anarchia e la guerra civile. Urgeva un rimedio.

Il 9 febbrajo, a un'ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del papa, e conseguenza logica, la repubblica. Da chi? Dall'Assemblea costituente degli Stati romani. D'onde esciva la Costituente? Dal voto universale. Ebbe luogo, non dirò terrore, ma agitazione, influenza illegalmente esercitata nelle elezioni? No; tutto si fece pacificamente, tranquillamente, senza corruttele e senza minaccia. La minorità fu considerevole? Su cento cinquantaquattro membri presenti, undici, per motivi d'opportunità, si dichiararono avversi alla repubblica, soli cinque al decadimento. Quanti fra quei ch'oggi voi chiamate sprezzando stranieri, quanti Italiani nati al di là del confine romano, avevano seggio in quell'Assemblea? Due forse; Garibaldi e il generale Ferrari; e Garibaldi era partito per Rieti. Noi, Saliceti, Cernuschi, Cannonieri, Dall'Ongaro e io, fummo eletti più tardi.

E come accolsero le popolazioni il doppio decreto dell'Assemblea? Insorse, per tutta quanta l'estensione del territorio romano, un solo tentativo di resistenza, un solo indizio di parere discorde, una sola voce che protestasse in favore della potestà decaduta? Non una. Alcuni carabinieri, collocati sulla frontiera napoletana, si fecero disertori; forse temevano, a torto, tristi conseguenze degli imprigionamenti eseguiti sotto Gregorio. Ma fu fatto isolato. Città, campagne, salutarono con gioja sentita l'èra repubblicana. I vecchî municipî, eletti sotto il governo papale, mandarono la loro adesione come la mandarono più dopo i nuovi eletti per voto universale l'undici marzo. Rimaneva a Pio IX qualche individuo amico, non uno al governo del papa.

E dopo la giornata del 30, quando il governo repubblicano, imminente la quadruplice invasione, e concentrate le truppe in Roma, non serbava influenza se non morale sulla provincia—fra i terrori della crisi finanziaria e gli sforzi dei pochi retrogradi—l'elemento conservatore dello Stato rinnovò spontaneo l'adesione alla forma repubblicana. Bologna, Ancona, Perugia, Civitavecchia, Ferrara, Ascoli, Cesena, Fano, Faenza, Forlì, Foligno, Macerata, Narni, Pesaro, Orvieto, Ravenna, Rieti, Viterbo, Spoleto, Urbino, Terni, duecento sessantatrè municipî mandarono a Roma indirizzi, dichiarando in nome dei popoli che l'abolizione del potere temporale e la repubblica erano condizioni di vita allo Stato.