Voi volevate mantenere, accrescere l'influenza francese in Italia; e l'avete perduta: perduta coi popoli, ai quali avete iniquamente e ingratamente rapito libertà e indipendenza: perduta cogli oppressori dei popoli per ciò appunto che li avete liberati, scendendo ad allearvi con essi, dai timori che inspiravate: perduta coi satelliti del papato, perchè la condizione vostra in faccia alla Francia vi costringe a nojarli con suggerimenti di concessioni, ch'essi non ammettono nè possono ammettere senza scavarsi, rinnegando il principio che li sostiene, la sepoltura. L'influenza vostra in Italia consisteva nelle speranze che i popoli s'ostinavano a nudrire sul conto vostro e nella spada di Damocle che tenevate sospesa sul capo dei principi. Or siete sprezzati dagli uni, e aborriti come ingannatori perpetui dagli altri. Il nome francese è segno di scherno da un punto all'altro d'Italia e lo sarà finchè fatti decisivi, innegabili, non dicano al mondo che la Francia è ridesta alla coscienza della propria missione.

Voi volevate da ultimo riedificare trono e ridar lustro al papato: e io vi dirò a che riescite. Voi avete suscitato la questione religiosa e dato l'ultimo colpo a una instituzione cadente. Voi avete voluto salvare il re e avete ucciso il papa, struggendone il prestigio morale coll'ajuto dell'armi, avvilendolo davanti all'Italia, sola arbitra vera della questione religiosa, coll'appoggio straniero, e cacciando fra lui e le moltitudini un torrente di sangue. Il papato affoga in quel sangue. Unico modo a salvarlo per un tempo ancora, unico modo per sottrarlo alla pressione straniera che gli è rovina, era quello di strapparlo dalla sfera delle influenze politiche alla più pura e indipendente dell'anime. Voi avete or chiusa per sempre quell'ultima via di salute. Il papato è spento; Roma e l'Italia non perdoneranno mai al papa l'avere, come nel medio evo, invocato le bajonette straniere a trafiggere petti italiani.

Voi cominciate, signori, a intendere queste cose in oggi. Il vostro gabinetto cela segreti di sconforto, d'illusioni sfumate, di politica oscillante fra Parigi e Gaeta, che un prossimo avvenire rivelerà. Voi sentite le vendette di Roma.

La repubblica romana è caduta; ma il suo diritto vive immortale, fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo. La questione politica è intatta. L'Assemblea costituente romana, dichiarando ch'essa intendeva cedere unicamente alla forza, senza accordi e transazioni colpevoli, vi rapiva ogni base d'azione legale. Noi non abbiamo capitolato. Il diritto di Roma esiste potente come al giorno in cui fu decretata la forma repubblicana. La disfatta non ha potuto mutarlo. Il voto delle popolazioni legalmente e liberamente espresso rimane condizione di vita normale, alla quale nessuno può omai più sottrarsi.

Voi non osaste negare quel diritto, mendicaste solamente pretesti ad attenuarne o renderne dubbia l'espressione nel passato. E la disfatta di quella che voi chiamate, imposturando, fazione, rimovendo, anche nell'opinione di quei che vi prestano fede, ogni ostacolo alla libertà delle popolazioni, ha reso il diritto del voto più sacro e più urgente.

Per noi, per quelli che con noi sentono, il diritto di Roma ha ben altre radici e ben altre speranze che non le locali. Le radici del diritto di Roma abbracciano nelle loro diramazioni tutta quanta l'Italia: le speranze di Roma sono le speranze della nazione italiana, che nè il vostro nè l'altrui divieto può far sì che non sorga.

Dio decretava quel sorgere dal giorno in cui, superate ad una ad una tutte le delusioni monarchiche, espiati col martirio gli errori di leghe e federazioni che una bastarda dottrina cercava impiantare fra noi, l'istinto italiano inalzò sull'antico Campidoglio la bandiera unificatrice, e dichiarò che Dio e il Popolo sarebbero soli padroni in Italia!

Roma è il centro, il core d'Italia, il palladio della missione italiana.

E la città che cova forse tra le sue mura il segreto della vita religiosa avvenire, può sostenere pazientemente il breve indugio che l'armi vostre hanno inaspettatamente frapposto allo svolgersi de' suoi fati.

VII.