Voi siete ministri di Francia, signori: io non sono che un esule. Voi avete potenza, oro, eserciti e moltitudini d'uomini pendenti dal vostro cenno; io non ho conforti se non in pochi affetti, e in quest'alito d'aura che mi parla di patria dall'Alpi e che voi forse, inesorabili nella persecuzione come chi teme, v'adoprerete a rapirmi. Pur non vorrei mutar la mia sorte con voi. Io porto con me nell'esilio la calma serena d'una pura coscienza. Posso levare tranquillo il mio occhio sull'altrui volto senza temenza d'incontrar chi mi dica Tu hai deliberatamente mentito. Ho combattuto e combatterò senza posa e senza paura dovunque io mi sia, i tristi oppressori della mia patria: la menzogna, qualunque sembianza essa vesta; e i poteri che, come il vostro, s'appoggiano a mantenere o ricreare il regno del privilegio, sulla corruttela, sulla forza cieca e sulla negazione del progresso nei popoli: ma ho combattuto con armi leali; nè mai mi sono trascinato nel fango della calunnia, o avvilito ad avventare la parola assassino contro chi m'era ignoto ed era forse migliore di me.
Dio salvi a voi, signori, il morir nell'esilio; perchè voi non avreste a confortarvi coscienza siffatta.
Settembre 1849.
ROMA
E IL GOVERNO DI FRANCIA
La questione di Roma è stata nuovamente oggetto di lunga discussione nell'Assemblea francese. Per tre sedute, la parte ch'oggi tiene il potere ha esaurito quanto ha d'ingegno, di sofismi e d'ipocrisia per giustificare la nefanda impresa e scolparsi davanti alla Francia e all'Europa. Per tre sedute, gli uomini che stanno al governo o tendono ad occuparlo—i dottrinarî e i legittimisti—hanno tentato, come la moglie di Macbeth, ogni artificio per cancellare dalle loro mani la macchia di sangue, dalla loro fronte la macchia di disonore, che la guerra fratricida v'ha posto; e senza riescirvi. La serva maggiorità lo sentiva, l'irritazione di chi intende il suo torto e trema d'udire la verità fremeva nelle interruzioni e in ogni sillaba che veniva dalla diritta. Ogni tattica di pudore fu dimenticata. S'udirono sdegni contro chi gittava—ed era un illustre poeta—l'anatema alle ferocie di Radetzky e d'Haynau; un lungo remore di biasimo accolse chi, parlando di confisca e d'inquisizione, diceva: è necessario che lo spirito di vita dell'Evangelio penetri e rompa la lettera morta di tutte queste instituzioni diventate barbare; e l'oratore del cattolicismo balbettò parole di scusa agli assassinî, che si consumano dall'Austria nell'Ungheria, chiamandoli rappresaglie. Le menti erano travolte come da un insistente rimorso. Lo spettro di Roma, come quello di Banquo, le funestava. Come Garnier de l'Aube a Robespierre, gli uomini della sinistra avrebbero potuto gridare ai falsi repubblicani: Il sangue di Roma v'affoga.
Noi pubblichiamo tradotta letteralmente dal Monitore l'intera discussione[105] e lo facciamo per due ragioni: perchè gl'Italiani v'imparino come, smarrita la fede in un principio e sostituito alla religione del vero il culto dell'egoismo, si cada in fondo d'ogni sozzura, e perchè i nostri nemici vedano che, diversi da essi, noi non temiamo pubblicità d'avverse dottrine. In Roma, quando reggevano i repubblicani, la stampa era libera: oggi il silenzio assoluto v'è imposto alla parte nostra. Una circolare del ministro Dufaure vieta con minaccie severe l'introduzione in Francia dell'Italia del Popolo, e i suoi doganieri, aggiungendo il furto al divieto illegale, confiscano copie avviate agli Stati Uniti d'America; noi diciamo ai nostri: Eccovi le argomentazioni degli uomini che v'hanno tolto la libertà; leggete e sia maturo il vostro giudizio.
Non so s'io m'illuda; ma credo che per ciò che riguarda coraggio di verità o schiettezza d'affermazioni, la questione fra noi e gli uomini del governo francese sia, per gli onesti d'Europa, decisa. Noi possiamo peccare d'utopia, d'audacia, d'ogni cosa fuorchè di menzogna o di gesuitismo; e gli uomini che hanno rovesciato la nostra repubblica hanno tanto cumulo di menzogne, chiarite da tali prove documentate, sulla loro coscienza, che nessuno oggimai può esiger da noi nuove confutazioni di vecchie imposture ripetute sfacciatamente dai ministri o dai loro seguaci nell'ultima discussione. Le nostre mani, le mani di quei che ressero la repubblica in Roma, sono pure di colpe e di sangue. La repubblica, proclamata per libero e universale suffragio dai cittadini, riconfermata di mezzo ai pericoli dell'invasione da pressochè tutti i municipî, si mantenne senza terrore di giudizî o di proscrizioni, tollerante e leale al di dentro come prode e leale coi nemici che l'assalirono dal di fuori: le proscrizioni non cominciarono se non col trionfo dell'armi francesi. All'Assemblea francese, al popolo di Roma furono fatte dal governo di Francia, dai suoi inviati, dai capi dell'esercito, solenni promesse; e furono tutte tradite. La condizione di Roma in oggi è pretta tirannide. Son fatti questi innegabilmente provati dalle dichiarazioni del signor Lesseps, dagli atti officiali della repubblica, da mille testimonianze onorevoli italiane e straniere, dalle confessioni strappate di bocca a' nostri stessi nemici—e conquistati d'ora innanzi alla storia.