Il grande laboratorio, la fucina diciamo così, degli articoli onde si componeva il nuovo o recente galateo sorgeva fuori la città chiusa. La Marina era l'attrattiva più potente di chi amasse divertirsi senza troppi scrupoli di.... morale.

Brydone, impressionato della sfrenata passione degli abitanti per le pubbliche passeggiate, scriveva:

«Siccome i Palermitani in estate sono obbligati a mutare la notte in giorno, il concerto musicale non [pg!287] principia prima della mezzanotte. Il tocco è il segnale perchè i virtuosi diano fiato ai loro strumenti per la sinfonia. A quell'ora la passeggiata formicola di pedoni e dì carrozze, alle quali, perchè sian meglio favoriti gl'intrighi amorosi, è vietato, qualunque sia il grado della persona, di portare lumi. Questi vengono spenti a Porta Felice, ove i servitori attendono il ritorno de' loro padroni: e tutti i passeggianti restano un'ora o due nelle tenebre, a meno che le caste corna della luna, insinuandosi ad intervalli, non vengano a dissiparle. Il concerto finisce verso le due del mattino, e tutti i mariti rincasano a trovare le loro mogli.

«Questa usanza è ammirevole [vedi un po' che cosa vuol dire viaggiatore giovane, come era il nostro inglese!] e non cagiona scandali. Un marito non rifiuta mai alla sua metà il permesso di andare alla Marina; e le signore per conto loro son tanto circospette che spessissimo coprono il viso con maschere»[390].

Questo passo, per la crudezza delle affermazioni, è d'una estrema gravità. Giammai nulla di simile era stato detto in proposito. Vietati i lumi, che perciò si spegnevano a Porta Felice, la Marina rimaneva al buio completo, come quello che meglio favorisse gli amori. Le signore potevano andarvi senza i mariti, ed alcune anche mascherate.

Invero, non c'è da rimanere edificati! Ma è poi vero codesto? Il Conte de Borch, che scrisse per controllare il viaggio di Brydone, spiega così l'affare dei lumi: «Siccome la maggior parte dei nobili di sera si [pg!288] reca alla Marina in veste da camera e le donne in semplice mussola bianca, si ha tutta cura di non far entrare fiaccole accese; altronde, non se ne ha bisogno, perchè la bella luna riflettendosi sul mare illumina tutto d'intorno.

«Io, aggiunge, non mi farò il paladino della galanteria delle donne, qui come altrove civette; ma sostenere che vi sia una legge positiva, un uso pubblico stabilito che protegga il disordine, e questo abuso siasi mantenuto da tempo immemorabile, è per me quanto di più assurdo si possa immaginare»[391].

Il nobile savoiardo disegna con matita di rosa il paesaggio che il viaggiatore inglese avea disegnato col carbone; ma la matita di rosa non illumina la scena; e resta di fatto: che se non c'era una proibizione ufficiale di lumi, c'era una consuetudine per la quale carrozze, sedie volanti ed altri veicoli uscivano a lumi spenti nell'allegra piazza. Mutate le parole, le cose suppergiù restano. Nell'Archivio del Comune, a farlo apposta, non siamo riusciti a trovare documento di un solo fanale in quella piazza. Altri forse lo troverà. La pubblica illuminazione, principiata in Palermo nel 1746, quando ancora molte metropoli d'Europa (lo dicono quelli che venivano dall'Estero, non lo diciamo noi) erano allo scuro, non si estese oltre alle due vie principali, e quando vi si estese non ebbe premure per la Marina, che, proprio nel secolo XVIII, restava a discrezione della luna e degli habitués.

I viaggiatori di quello scorcio di secolo ripetono [pg!289] la notizia del Brydone, non per sentita dire, ma per vista personale. Tutti furono a Palermo, tutti assistettero alla scena; qualcuno solo ne trasse particolarità che si prestano a sfavorevoli discussioni.

Il lettore abbia pazienza di proseguire con noi la galante rassegna.