Appressavasi l'estate: e la ducale comitiva francese passava la notte tra le numerose conversazioni della città, nelle quali splendevano donne eleganti e graziose, «dedite ai balli, alla Marina, ai passatempi abituali in questo paese dolcissimo». La Flora era «il ritrovo delle più belle donne della città, des intrigues amoureuses». Le dame, appassionate pel fasto e per gli ornamenti, amavano «le feste, i piaceri, e soprattutto [pg!292] les intrigues de coeur, leur passetemps habituel, così che gli stranieri consideravano Palermo «come l'Eldorado di Europa».

Dopo quattro mesi di attesa, non inutile per nessuno: non per il Duca che, a buoni conti, passava buona parte del giorno presso l'Amelia, non per la sua compagnia, che divideva gradevolmente, troppo gradevolmente, il suo tempo tra le visite ai monumenti e quelle alle conversazioni; si fu costretti a partire.

D'Espinchal, che è il solo cronista di quei giorni avventurosi, evocava «le deliziosissime ore passate in questa città incantatrice, dove i capricci della graziosa e vaga Duchessa di Sorrento aveano tali fascini da render veramente felice chi vi si sottoponesse; dove era la Marchesa Aceto, più costante in amicizia che in amore, e la bella, altera e superba Principessa di Hesse, ai cui desideri tutti servivano specialmente in amore, del quale ella era una delle più ardenti sacerdotesse»[397].

Ma d'Espinchal era giovane, e la sua accesa fantasia poteva dar corpo alle ombre, ed attribuire a molti il facile godimento di pochi, tra i quali era pur lui. Tuttora giovane, benchè persona molto seria ed artista di grande valore, l'architetto Houel che, visitando la casa del Principe di Campofranco, rimaneva sorpreso di trovarvi più libertà che in Francia[398]. Giovane e maldicente quell'altro ufficiale francese Creuzé de Lesser che trovò «la Marina la passeggiata del miglior tono specialmente di notte, ove si danno i ritrovi d'ogni [pg!293] genere»[399]: tutti e tre da noi chiamati a testimonî stranieri nella non bella causa di moralità.

Più che straniero, poi, il figlio del Sultano del Marocco, Mohammed Ben Osman, assistendo nel gennaio del 1783 ad una festa da ballo al Palazzo Vicereale, si dichiarava scontento della libertà delle donne, «vedendole comandar dappertutto gli uomini», dai quali esse «erano poco men che adorate»[400]. Volgiamoci pertanto ai non giovani ed a Siciliani, anzi a Palermitani, che non avevano ragione di esagerare, anzi dovevano aver tutto l'interesse di attenuare ciò che non faceva loro onore.

E qui con amaro sorriso presentasi l'abate Meli. Nessuno più civilmente di lui studiò la società del tempo, nessuno la ritrasse con maggior fedeltà; l'opera sua quindi rispecchia quella vita. Più e più volte lo sdegno del poeta eruppe contro la leggerezza dei suoi contemporanei; e l'apparente sua festività era collera, tanto più grave quanto viva era la interna lotta ch'egli dovea sostenere per non offendere il ceto nel quale egli, medico retribuito e poeta carezzato, vivacchiava. Tutta, col Meli, si percorre dispettando la scala di questa galanteria: dalla misteriosa trasparenza dei veli che volevan coprire il collo delle ragazze alla procace evidenza dei seno delle maritate, dalla furtiva occhiata della monachella al fremito inverecondo della donna mondana.

Ecco qua la Moda. Tra le malattie in voga predomina [pg!294] quella dei deliquî, pretesto all'amore, e certe smorfie per accreditarli; si finge di

Trimari d'un cunigghiu, anzi sveniri,

Sfùjri li corna di li babbaluci,

Ma di l'autri mustàrrinni piaciri.

Si gioca a carte: guerra di spade, bastoni e dardi d'amore; nubili, mogli e vedove, tutte posson dirsi paghe e contente, in quanto

A un latu ànnu l'amanti o niuru o biunnu,

Secunnu lu capricciu, e all'autru latu

La sfera, lu quatranti e mappamunnu[401].