E non isfuggirà a nessuno il calembour della cornucopia.
Il Villabianca, raccogliendo le voci popolari del tempo in cui il Regalmici faceva sorgere la Flora, mentre prima avea pensato ad un camposanto o carnaio (carnala), osservava che:
La carnala fu in flora a commutari.
Acciò 'ntra chiddi fraschi e ddi virduri
Putissiru li vivi agumintari;
dove l'allusione è così trasparente che viene spontanea alle labbra la casta invocazione:
Musa, deh copri di benigno velo
L'incauta scena....
Quando poi la licenza si traduceva in fatti scandalosi, il medesimo Villabianca, acceso di sdegno contro coloro che ne erano gli attori, usciva in una invettiva che è forse la più sanguinosa ch'egli abbia lanciata contro la moda del libertinaggio, contro le famiglie che ne inalberavano la bandiera, contro la società che [pg!298] tollerava siffatte vergogne. Noi stessi, non osiamo riferirla[405]. Nè l'Arcivescovo Serafino Filangeri, Presidente del Regno, era stato meno severo[406].
Prove indirette di questa realtà di cose potrebbero sorgere da particolari indagini da farsi sull'argomento in archivi speciali. Nei diversi reclusorî d'allora molte nobili e civili signore venivano ospitate. Quante le une? quante le altre? quali di spontanea loro volontà? quali per volere di parenti o per ordine superiore? Giacchè, per citare un solo esempio, se tra il 1770 ed il 1804 meglio che quattordici grandi titolate entrarono nel solo Conservatorio della Divina Provvidenza (Suor Vincenza) a Porta S. Giorgio[407], bisognerebbe cercare quali lo fecero, se alcuna ve ne fu, per propria elezione, quali obtorto collo. In quel ritiro, come negli altri simili d'allora, nessuna dama andava a chiudersi senza gravi ragioni, e queste non potevano non essere d'indole estremamente delicata: o che i doveri coniugali avessero, per passioni inconsiderate, ricevuto qualche colpo, o che la condotta del marito si riflettesse sulla moglie, la quale, appunto perchè donna, rimaneva esposta alla solita maldicenza, che talora risparmia l'uomo notoriamente infedele ed accusa la donna forse lievemente indiziata di colpevolezza, quando non del tutto innocente.
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E se le quattordici dame, che pur tenevano ai loro servizi ciascuna le sue cameriere, rappresentavano l'undecima parte delle ricoverate in quel Reclusorio, quante saranno state le civili, maritate o vedove, che per le medesime ragioni vi convivevano?
Con questa vita e con queste abitudini è facile comprendere come potesse nella Capitale farsi strada il cicisbeismo, che tra le cattive fu la peggiore delle mode. Non si cerchi nel popolo, perchè la rigidezza della sua morale e quella gelosia che, per quanto esagerata da viaggiatori e da romanzieri, era ed è sempre intensa, mal ne avrebbe comportato le libere pratiche[408]. Il cicisbeo, o meglio, il cavalier servente (giacchè solo con questa parola si conosce la brutta cosa nel popolo) non esistette mai o, piuttosto, esistette solo di nome; il vero servente nacque, potè prosperare nelle alte sfere sociali. Brydone, quelle sfere le conobbe in Palermo, e trovò «generale anzi che no» la istituzione. Bartels, senza circonlocuzioni e sottintesi, ne confermava, come in altre parti d'Italia, l'usanza[409]; e tanto era comune che il non trovarne in qualche famiglia parve lodevole eccezione. L'ab. Cannella ascrisse a vanto della Principessa di Villafranca l'avere ella scelto un dotto sacerdote per la conversazione, in luogo d'un cicisbeo che [pg!300] le facesse la corte[410]; mentre, al contrario, un'altra giovane Principessa non seppe rinunziare all'ordinario conforto d'un vagheggino (un principone d'alto lignaggio) alla notizia che il marito fosse stato catturato dai corsari barbareschi; vagheggino, ch'essa si tenne schiavo d'amore in Napoli e in Palermo, come il Reggente si tenne schiavo di pirateria in Algeri il non più giovane marito di lei[411].