Se riflettiamo un po' sopra queste cattive tendenze, verremo alla dolorosa conclusione che vi son simpatie non approvate dalla legge civile, vietate dalla ecclesiastica, le quali, secondo alcuni, non intaccano certi articoli del decalogo. La educazione d'allora, parliamo sempre del settecento, era, ahimè! troppo progredita perchè potesse arrestarsi a proibizioni, riconosciute grette da quella società.

Il cavalier servente guardava con serenità calcolatrice la perdita del tesoro che era suo; e seguiva istintivamente, forse senza conoscerla la dantesca Semiramide,

Che libito fe' licito in sua legge.

Simile ad accorto capitano, egli dalla effimera perdita traeva ragione e forza a conquiste, tanto facili quanto meno consentite o permesse. Una fortezza che si perdeva, ne faceva supporre una che si vincesse; anzi la fortezza perdevasi appunto perchè il capitano, niente premuroso di essa, era alienato dagli stratagemmi di guerra necessarî ad espugnarne altra. Ed a questa, [pg!301] espugnatala, egli consacrava se stesso, ogni sua cura, dal primo istante in cui questo giovin signore, compagno del «giovin signore» lombardo del Parini, riapriva gli occhi al sole già alto, al far del nuovo giorno, in cui li chiudeva stanchi al sonno pertinace. Ad essa e per essa spendeva, senza riguardi a conseguenze economiche, le sostanze che aveva, se pure le aveva. Egli la custodiva, la teneva di conto, ne visitava ad ore determinate gli angoli più recessi, e l'addobbava e adornava di sua mano; giacchè a lui, solamente a lui, era dal nuovo codice galante fatto diritto di accedere, padrone e servo, signore e vassallo, cavaliere e valletto, capitano e soldato, là dove codici oramai fuori moda non consentiron mai di levare gli occhi, non che di mettere i piedi o di alzare le mani.

Usciamo di metafora.

Il cicisbeo era sempre in pieno esercizio in molte case signorili, in quelle specialmente dove la cascaggine dei zerbinotti e le smancerie dei ganimedi si credevano così innocue da limitarsi a leziosi inchini, e, tutt'al più, a languide occhiate. Se qualche puritano ne faceva le maraviglie, c'erano i non puritani, persone di mondo, che trovavano opportuno lasciar fare.

Alla fin fine, che cosa è il cicisbeo se non un cavaliere della galanteria, che volontariamente si rassegna ai capricci d'una bella o d'una brutta dama? Come ellera all'albero, così egli si attacca a lei; nè l'abbandona mai quando ella esce per la messa, per le prediche, per le passeggiate, quando va al giuoco, ai ricevimenti, agli spettacoli. Ella non va senza di lui, e quando la s'incontra è impossibile che egli, vagheggino fedele, [pg!302] in ogni guisa non si adoperi a tenerla divertita e soddisfatta di sua corte. A villeggiatura, in luogo solitario, legge alla signora Metastasio, e spiega Voltaire e Rousseau[412]. C'è da stupire, che sappia far questo; ma è così.

In città, la condotta non è diversa. La femmina

L'amicu sò sirventi

Chi a latu fissu teni

Càncaru! si manteni

Cu tutta proprietà.

Nè unica nè sola è questa femmina nel costume corrente; perchè