Si spoglia del vestito, si attacca un panno innanti,
Divide le incombenze a tutti i servi astanti.
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Chi scioglie papigliotti, chi intreccia nocche e veli,
Chi penne, chi fettucce e chi posticci peli;
E mentre al disimpegno ciascun di lor s'adopra,
Superbo di sè stesso si accinge il fabbro all'opra.
Principia con il pettine a dar la prima carica,
Indi pomata e polvere senza contegno scarica;
Torna a levare e mettere, dissipa senza frutto,
Suda a compor la parte, poscia distrugge il tutto,
Riede a ricciare il pelo, unisce, disunisce,
Lascia il deforme, e il bello annichila e sbandisce;
Innalza il promontorio con stoppa e crine riccio,
Guarnisce riccamente di nocche il bel pasticcio;
E dopo il gran lavoro, tutto sudato e sfatto,
«Signora, consolatevi, dice, il scignò sta fatto»[419].
È fatto: e di nuova cipria si copre e di ornamenti di piume, che si prestano ad equivoci di begli umori e di poeti[420]. La cipria è il cavallo di battaglia del parrucchiere: e di cipria facevasi tanto consumo che il Senato, a corto di quattrini, non sapendo dove metter le mani, la gravava di due grani (cent. 4) il rotolo: gravezza che era costretto subito a sopprimere (1790)[421]. [pg!308] Altra cipria gialla, detta pruvigghia atturrata, usavasi per far bianche e rilucenti le chiome[422].
Questa frisatura, una delle dieci diverse di moda, era chiamato gabbia: e vera gabbia era, sulla quale potè lepidamente dirsi che:
Di lu concavu ancora di la luna
Vinniru pri mudellu a li capiddi
Nuvuli fatti a turri e bastiuna.
Poi di l'autri mudelli picciriddi
Cui fa trizzuddi mali assuttilati
Cui d'intilaci fa gaggi di griddi,
Vali a diri ddi scufii sbacantati
Chi contennu li càmmari e li alcovi
Cu medianti di ferrifilati[423].
Ma con questo arnese sul capo come prender sonno la notte?
Ebbene: la moda provvedeva con un apparecchio di tela inamidata, specie di fodera, di cuffia, della capacità di due teste, dentro la quale la studiata ricciaia veniva custodita, dovesse anche scomparirvi dentro una parte del viso. Il mimì, nome dello strano supplizio, era anche altra maniera d'acconciatura, con la quale la volontaria martire della vanità usciva di casa[424].
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Tornando al parrucchiere, bisogna riaffermarne la importanza nelle case signorili. Quando un uomo si presenta per cameriere in una di queste, la cosa che gli si domandava era se sapesse pettinare da donna e da uomo: ed è curioso che la réclame rudimentale nei primi giornali di Palermo s'iniziasse proprio con questi lisciatori di dame. Nel Giornale di Sicilia, che conosceremo nel secondo volume di quest'opera, si legge:
7 Aprile 1794: «Un giovane palermitano della età di 22 a. vorrebbe impiegarsi per cameriere, sapendo pettinare da uomo e da donna.
«Altro giovane romano di anni 24 cerca impiegarsi da cameriere. Sa leggere, scrivere, far di conti, parlar francese, pettinare da donna...».