28 Aprile. «Una persona di abilità, e che sa pettinare da donna, vorrebbe impiegarsi da cameriere in qualche nobile casa».

7 Luglio. «Da Filippo Remajo, parrucchiere, che abita nel palazzo del Principe di S. Lorenzo, si cerca impiego di cameriere, sapendo pettinare da donna»[425].

In Messina, il parrucchiere Di Carlo era l'enfant gâté della Nobiltà. Una sera che egli, reduce da Napoli, ove andava a prendere le ultime novità della moda, si recò, appena sbarcato, al ridotto carnevalesco della Munizione, tutto il teatro si mise a rumore[426].

[pg!310]

Per il fatto che egli penetrava fino nei boudoirs delle signore, il parrucchiere era a parte di tutte le cronache d'alcova, e adibito in incombenze delicatissime. Il lettore potrà averne un'idea quando saprà di una certa vertenza tra i partigiani delle artiste Bolognese e Andreozzi nel S. Cecilia (1797-98), della parte attiva, eccessivamente attiva, che vi ebbe a favore di quest'ultima il Pretore Principe Giuseppe Valguarnera e del dietroscena delle dame cospiratrici ed occulte attrici per mezzo dei loro parrucchieri[427].

Che perciò a furia di scatricchiar capelli e costruire toupets certi accreditati parrucchieri riuscissero a mettere insieme larghi guadagni, è naturale. Giuseppe Fraccomio potè per tal modo convertirsi in mercante, e come tale divenire principale impresario della grande Beneficiata di S. Cristina[428]. Carlo Biscottino, che nei giorni di maggiore splendore per lei servì la Duchessa di Floridia in Palermo, e la seguì poi alla Corte di Napoli, moglie di Ferdinando, potè con frequenti prestiti sopperire ai bisogni di essa, resi ogni dì più gravi dai nuovi doveri dalla sua altissima posizione e dalla taccagneria del vecchio Re: donde non guadagni[429] gli vennero, ma influenza che pochi poterono vantare eguale, ed il conforto di due eccellenti partiti per le sue vaghe figliuole, una delle quali divenne Marchesa.

Lasciamo l'artista del capo, e prendiamo la moda di tutta la persona.

Con le munteri e gli scignò, con i chiuvetti ed i tuppi [pg!311] altissimi, andavano i cantusci o andriè, ed i tonti, detti pure guardinfanti, ed i busti, che avevano il loro complemento in scarpine di drappo ornate di rose e di altri fiori artificiali. Il cantusciu (forse da qu'on touche franc.) era una veste di lusso, composta di drappi a colori, lunga e ristretta alle maniche. Il tonto un forte, inflessibile crinolino di ossi di balena, sul quale il faceto D. Pippo sicilianamente piacevoleggiava coi suoi concittadini messinesi:

Spuntannu un guardanfanti l'omini tutti allura

Un largu ossequiusu facïanu a la Signura,

E chidda, cu ddu tontu, e dda gran cuda strana

Chi trascinava 'n terra, paria vera suvrana:

Chiudianu l'occhi tutti, nè cc'era di imbarazza

Pirchi scupava ognuna sarmi di pruvulazzu;

Ed era chiddu tontu un baluardu forti,

'Na rocca inespugnabili chi difinnia li torti.

(Mi servu di metafuri, chi la mudestia un velu

Esiggi in ogni cantu, nè tuttu vi rivelu!)

Ddu bustu trapuntatu, simili a un fucularu

Di pisu undici rotula, sirvia di gran riparu;

L'invernu li guardava di friddu e di punturi,

L'està li depurava a forza di suduri,

Eternu, inistrudibili, supra lu quali spissu

Fundava un testaturi lu sò fidi-cummissu,

Insumma era curazza, furtizza, bastiuni

Cchiù forti pri cummattiri l'Andria, Macrifuni[430],

'Na vera citatedda ferma, sicura e soda.

Oh busti! oh guardinfanti! oh biniditta moda![431].

Lo spirito d'imitazione si attua specialmente nelle cose che forse meno lo meritano. Per esso la gara del [pg!312] vestire acuivasi nel medio ceto. Invano si rievocavano le leggi suntuarie a correzione del lusso e ad armonia dei ceti. Chi poteva mettere insieme, non cerchiamo come, i quattrini all'uopo, anche castigando lo stomaco voleva per la propria moglie, per le figliuole gli abiti più eletti e l'indispensabile parrucchiere coi relativi arnesi[432]. Cipria a profusione copriva toupets e chignons, patrimonio festivo delle donne civili; andriennes e scarpettine seriche ne completavano il costume.