La tabacchiera era d'avorio, o d'argento, o di oro. I damerini che se ne stavano a tessere e ritessere la Marina, al primo incontrarsi con una dama, facevano a gara nell'offrirgliela[438]: e non v'era dama che non avesse la sua. Molte ragazze, nelle quali la buona educazione non sempre riusciva a moderare la vanità degli ornamenti, la volevano. L'aristocratico educandato Carolino [pg!315] proibiva alle alunne l'uso di «orologi, ricordini, odorini, astucci e simili cose inutili e vane», e permetteva le tabacchiere solo «in caso di tale infermità che non ammettesse altro medicamento che il tabacco».

Come devono essere state carine quelle amabili convittrici a gingillarsi coi loro ciondoli e mandar su l'odorosa polvere di Nicot!...

In mezzo a tante metamorfosi camaleontiche, la moda femminile serbava sempre la massima cura delle chiome. Questa cura subì una certa decadenza dopo la rivoluzione francese del 1793 ed in seguito al crescente progresso del giacobinismo in alcune parti d'Italia. Stranezza! Mentre si cercava di soppiantare la parrucca coi proprî capelli tra gli uomini amanti di novità, cominciavasi invece a studiare tra le donne ogni espediente per sostituirla alle proprie, anche più belle, chiome: codesti uomini e codeste donne appartenevano alla classe più alta.

Alle prime avvisaglie, il Sovrano rimase allarmato e, non sapendo fare di meglio, proibì le parrucche femminili. Il divieto ritardò, non impedì la graduale introduzione del costume, deformatore delle muliebri fattezze. Il primo tentativo partì (nessuno lo immaginerebbe!) da una dama della Regina, che era pure una delle tre più belle ma più discusse dame d'allora. Il marito, gentiluomo di Corte, Grande di Spagna, uno dei dodici Cavalieri siciliani dell'Ordine di S. Gennaro, con esercizio, ne rimase scosso; ma nulla fece per temperare il rigore del suo Re, il quale, contro la predilezione della capricciosa donna pel monastero della Concezione, la mandò all'Assunta, monastero di penitenza. [pg!316]

Ciò avveniva nei primi di giugno del 1799. Pochi dì appresso (18 giugno) partiva dal R. Palazzo una severissima lettera ai signori Capitani, Giudici e Fiscali di Sicilia del seguente tenore:

«È pervenuta alla notizia del Re che siasi adottata dalle dame e da altre donne l'uso delle parrucche, e che talune per uniformarsi vieppiù ai sistemi repubblicani son giunte tant'oltre che fino anche si son rasi intieramente i capelli trasformandosi in tal guisa notabilmente. S. M. ha risoluto perciò che si proibisca affatto l'uso delle parrucche alle donne sotto la pena della carcerazione, e per le dame in un monastero o reclusorio che S. M. giudicherà, e per coloro che le lavorano o le vendono soggiaceranno ugualmente alla pena della carcerazione parimenti per quel tempo a S. M. ben visto ed alla perdita dei mobili. Con tale espediente si renderà alla pubblica intelligenza la facilità di talune di adattarsi a sì strani modi». Seguiva la firma del Ministro: «Il Principe di Cassaro»[439].

A dispetto di Re e di Ministri, il parrucchino, stavolta politico, si faceva strada anche tra coloro che non ne capivano il valore; e D. Pippo Romeo col suo fare in apparenza allegro, in sostanza serio, nel Carnevale del 1800, innanzi a numerosissimo pubblico dentro il teatro la Munizione, declamava:

Finiu la purcaria, è la pilucca in moda,

E da lu nostra sessu si esalta, encomia e loda,

Qualunqui signuruzza chi vanta gustu finu

La trovu providuta d'un beddu pilucchinu,

O niuru, o castagnolu, o comu quadra ad iddi;

[pg!317]

E quattru pila rizzi li portanu a li stiddi;

Li compranu salati. Tutti li frisaturi[440]

Di pila fannu un traficu, e vìnninu favuri!

Fineru li suspetti, scrupuli non cc'è chiù

D'esaminari e vìdiri.... di quali testa sù?[441].

Vesti ed ornamenti, senza ombra di rispetto dovuto al pudore, si abbandonavano all'andazzo dei tempi; con l'antiestetica acconciatura del capo procedevano veli leggieri e civettuoli scialli, fascette cortissime e sottilissimi lini, che scoprivano ciò che volevan coprire e rivelavano appunto ciò che morali velleità miravano ad occultare. Anche qui il Meli va chiamato come testimonio autorevole, il Meli che non sapeva chiudere gli occhi ai calzoncini femminili alla turca, agli arnesi che colmavano i fianchi, alle bianche e sottili gonne, per le quali a tutte ed a ciascuna delle partigiane di tante risibili novità e francisarii,

Li gammi si cci vidinu,

Lu cintu cumparisci,

Ed accussì cchiù accrisci

La curiusità[442].