Contro questa disposizione si levò un vero putiferio. Le stampe attaccate nei soliti luoghi per la affissione, vennero stracciate dai maestri, e riattaccate sotto i sospettosi occhi della Polizia; la quale, sorpreso nel momento che tornava a stracciarle un prete, e arrestatolo, lo condusse nelle carceri dello Arcivescovo. E perchè il Console degli spadai si presentò al Vicerè per dirgli in un memoriale i danni della nuova disposizione per la sua maestranza, quegli lo scacciò in così mala maniera che il console ne rimase sconcertato[450].

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Ai due ceti lo spadino non bastava; ci voleva pure, a compimento della moda, un bastone, il cui manico con fiocchi di seta e d'oro, avea sovente un valore cospicuo.

Dai taschini, anzi dalle grandi tasche del panciotto pendevano, percotendo a destra ed a sinistra del ventre, due meravigliose catene[451] con ciondoli preziosi e con orologi. L'uso nobiliare chiamava mostra (franc. montre) l'orologio: e di orologi si faceva sfoggio singolare. Basta leggere il seguente avviso pubblicato nell'unico giornale palermitano del 1794 per averne un'idea: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla francese, a quattro quadranti, dei quali quello che denota li giorni del mese, ha li numeri scritti in oro sopra striscia blò, come lo sono quelli dell'altro quadrante, che mostra le ore ed i minuti, e che ha tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel di cui centro è dipinto un bastimento in ovale che comparisce da ambedue le parti sotto cristallo, e vi è appesa pure la chiave d'oro». E dopo questa descrizione necessaria a riconoscimento, pel ricupero si avverte: «A chi la porterà, anche per via di confessione, allo orologiaio sotto la casa del sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia». Probabilmente il proprietario sarà morto col desiderio di pagare quella mancia.

Mentre la moda rimaneva come cristallizzata, una nuova ma breve, per aberrazione della gioventù, ne sorgeva infra l'ultimo ventennio del secolo: effetto di una anglomania acuta, che quasi in forma epidemica invase quanti dispettavano il vecchio costume. [pg!323]

Costoro, professandosi devoti al bon ton, presero a seguire rigorosamente fogge e pratiche inglesi. Indossavano abito scuro; calzavano pantaloni di pelle e stivali, e sui capelli rialzati piantavano un cappello tondo. Ora sì, ora no, portavano un nocchiuto bastone, ma per lo più tenevano in tasca le mani. Salutare, era delitto per loro; chiacchierare, avrebbeli resi indegni della loro società. Un d'essi, che, dimentico un giorno della parte che rappresentava, si abbandonò alla natural sua vivacità in una conversazione con un forestiere, ricordandosi a un tratto di quel che era, voltossi di punto in bianco e piantò in asso, senza neppur dire addio, il suo interlocutore.

Secondo la rigida etichetta inglese, la loro biancheria doveva esser molto semplice. Uno che fu sorpreso con merletti in quella, ne fu subito severamente punito. Alcuni suoi compagni, senza profferir verbo, gli si avvicinarono, gli strapparono i merletti e si allontanarono tranquillamente come se nulla fosse stato.

Di sì strano episodio nella storia del viver nostro nessuno, altro che Bartels, ne diede mai notizia; il quale riflettendovi sopra maravigliato aggiungeva: Io spero che questa mania, così contraria all'indole del popolo, non duri a lungo; altrimenti il palermitano diverrebbe un essere pesante ed incivile. Disgraziatamente, questo esempio ha prodotto i suoi effetti nel popolo: e se ne movete lagnanza, vi sentite rispondere: «Così fanno pure gl'Inglesi»[452].

I seguaci della pazza usanza si chiamavano intonati: [pg!324] e 'ntunatu nel dialetto siciliano resta anche oggi a denotare persona che stia sul grave, o che affetti di non conoscere e di non sapere.

Ripigliamo il discorso del costume generale. Una reazione nacque anche tra gli uomini, come l'abbiam veduta tra le donne; e causa ne furono i rivolgimenti di Francia, echeggianti nelle principali città del Continente e per esse in Napoli.