Il 29 marzo del 1798 il Presidente del Regno spediva al Principe di Castelcicala, Ministro in Napoli, un secreto rapporto sulle nuove maniere di vestire in Palermo, e chiedeva un apposito rescritto sovrano per essere autorizzato a farle cessare. Il rapporto, quale è stato trovato, dice così:

«Ecc.mo Signore. Corre qui voce costante che siasi da S. M. risoluta, ed ordinata in codesta Dominante la riforma del vestire, e di certi tratti esteriori, inconvenienti alla vita ed al costume di buoni Cattolici e di fedeli Sudditi del Sovrano. Se ciò sia vero, avrei sommamente caro che la M. S. si degnasse di far qua arrivare, e pubblicare la stessa Legge; perchè lo stesso disordine si è qui da qualche tempo introdotto, ed è allignata, e cresciuta a segno l'indecenza e deformità del vestire e dell'abbigliarsi, o per meglio dire del trasformarsi, che non può tollerarsi senza raccapriccio e ribrezzo, (e quantunque si procuri coonestare come semplicità di animi, pure fanno sospettare fellonia di cuori fazionarj e settarj. Nella lubricità del vestire, e dei tratti esteriori, vi è tanta impunità, e si è giunto tanto oltre, che dichiarandosi e infami e irregolari, si permette talora un'ostentazione sì smodesta e lasciva, che non [pg!325] può rimirarsi senza orrore). Io diverse volte me ne sono querelato pubblicamente, e non ho lasciato di riprendere la indignità dello scandalo; ma non sono giovati nè i miei risentimenti, nè le mie ammonizioni. Sarà perciò proprio delle paterne cure di S. M. di trovarsi riparo a questo disordine, e di prefiggervi pronto ed esemplar castigo; anche sul riflesso che la stessa apparenza di uomini sì sconsigliati risveglia in ognuno la idea del giacobinismo e dell'infame detestabile libertà.

«Prego V. E. a sollecitarmi da S. M. questa providenza, analoga a quella, che si dice essersi costà promulgata»[453].

Questa allarmante relazione non dice in che consistessero le nuove compromettenti fogge; ma da documenti posteriori si capisce subito.

Non degli enormi cravattoni allarmavasi il Governo, non dei ricci a foglie di lattuga delle camicie, non dei ninnoli pendenti sulla sottoveste; ma di certi peli che i giovani si lasciavano crescere sul viso, abitualmente raso, di pochi capelli non incipriati sulla fronte, e di non so che gambali di calzoni tendenti ad allungarsi dalle ginocchia ai piedi: minacce, codeste, che facevano pensare ai pericoli che poteva correre il Regno. [pg!326]

La lettera segreta del Presidente ebbe pronta risposta, e l'Arcivescovo D. Filippo Lopez y Royo si vide autorizzato a pubblicare: come qualmente il Re avesse appreso «con vero dispiacere l'abuso introdotto e assai attualmente aumentato che la Gioventù si trasformasse con strane e singolarissime pettinature, con abiti strani e bizzarri e talvolta indecenti con iscandalo de' buoni e con proprio vitupero e disdecoro». E lo proibiva severamente[454].

Da ciò nuove, tassative disposizioni. Ordinavasi ai nobili che vestissero decentemente «per esser d'esempio agli altri», e moderatamente si pettinassero. «La moderazione — dicevasi — è nelle parrucche e nella cipria», e si ricordavano le riflessioni fatte dal Presidente del Regno ai nobili nel giorno che si erano presentati «alla udienza in barbette» (varbitti)[455].

Dopo due mesi del suo arrivo a Palermo Ferdinando volle romperla con le velleità novatrici, e per mezzo del Ministro Principe di Cassaro faceva sapere al Capitan Giustiziere, Principe di Torremuzza (6 marzo 1799):

«S. M. ha veduto con suo dispiacere di esservi tuttora in questa Capitale l'abuso del modo di vestire e di certi tratti esteriori inconvenienti alla vita ed al buon costume; quando le precedenti sue sovrane risoluzioni per le riforme avrebbero dovuto far entrar in sè stessi coloro che lo hanno finora costumato con poca decenza e scandalo e sommo disgusto delle persone [pg!327] serie d'ogni rispettivo ceto che ama la decenza. La continuazione quindi di questo disordine nel vestire e nell'abbigliarsi difformemente richiama la sovrana vigilanza di S. M. a darvi l'opportuno rimedio; non potendolo tollerare senza raccapriccio e ribrezzo; ed alla S. M. maggiormente rincresce il vedere nei luoghi pubblici e circospetti l'uso di calzoni lunghi, senza legaccie, e di calze brache o di calzoni chiamati alla pantalona.... nella città ove è precisa la decenza e la priorità. [E rincresce pure a S. M.] il vedere le barbette difformare le fisonomie e certe strane singolarissime maniere di coprirsi la fronte con i capelli senza polvere di Cipro; li quali, invece di adornare, trasformano il volto; e che in siffatto modo disdicevole, precisamente alla Nobiltà, si ardisce di andare fin anche nelle chiese». In coerenza a questo, «ha risoluto che si abolisca addirittura siffatto abuso di vestire e che ognuno da oggi avanti pensi a riformarlo a seconda delle sane sue intenzioni, e di quella decenza e circospezione, i doveri di buon cattolico e gli obblighi di fedele suddito». Finiva raccomandando la cieca rassegnazione ai sovrani voleri e minacciando ai contravventori le pene della Giustizia.

Era un gridare al deserto. Quattro giorni dopo la promulgazione di questo bando l'ab. Cannella, da poco tornato da Napoli, dove si era ridotto dopo la sua romanzesca fuga in Francia, se la spassava col suo inappuntabile vestito alla nuova moda: ed eccolo, quando meno se lo attendeva, fermato, catturato e subito relegato nel Convento dei Cappuccini[456].