Il giovane, più morto che vivo, non sa che rispondere; e tosto, ad un brusco cenno del Re, vien preso da due birri e portato via in lettiga al carcere.

Al domani, di pieno giorno, alle Quattro Cantoniere, ripetuti squilli di tromba chiamavano la folla dei curiosi. Il boia lega al cavalletto Francesco Perollo, reo di moda sediziosa, gli recide con forbici il posticcio codino, le fedine, i gambali e li butta sprezzatamente per terra; e scioltolo lo riconduce al carcere, non già dei nobili e dei civili, come avrebbe dovuto essere, ma, per onta maggiore, dei plebei, alla Vicaria[458].

La patria era salva!

Questo fatto non dovea rimanere isolato. Re Ferdinando nutriva la più fiera avversione ai pantaloni [pg!330] ed alle fedine, ed un vero culto al codino naturale ed alla cipria.

Dal primo giorno che sbarcò in Sicilia fino all'ultimo che se ne allontanò per sempre, egli vide un terrorista, un repubblicano esaltato in qualsiasi partigiano della nuova moda francese; e sovente ordinò la berlina dopo la violenta, completa rasura del viso e del capo.

Una delle sue vittime fu D. Giuseppe Ruffo, fratello del Principe di Scilla. Incitato a ballo dal Principe di Trabia a Mezzo Monreale, costui, bello com'era della persona, si presentava con grandi barbette e coi neri capelli senza polvere. L'esser egli un servitore fedele del suo Re, l'aver seguito costui in Sicilia, abbandonando patria, beni, famiglia, dovevano esser ragioni più che forti per metterlo al di sopra di qualsivoglia sospetto di demagogia; ma non fu così. Appena il Re, presente al ricevimento, lo vide entrare, gli corse incontro imbestialito, gli afferrò con ambe le mani le fedine e, tira, tira con quanta avea di forza come per istrappargliele, gli grida, con voce stentorea: Porco, briccone! E se non fosse stato per la Regina, la quale corse in aiuto di lui, chi sa che ne avrebbe fatto![459]

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[Capitolo XXII.]

PRANZI DI RICCHI E MANGIARE DI POVERI.

Tale essendo il lusso del vestire e dell'acconciarsi, facile cosa è lo immaginare la vita alla quale esso dovesse corrispondere. Conversazioni, feste da ballo, teatri, villeggiature si alternavano con feste e spettacoli sacri e passatempi religiosi. D'estate o d'inverno, la giornata era sempre breve, insufficiente alle occupazioni del corpo e dello spirito. Tolte le poche ore della siesta, essa era tutta divisa tra le molteplici cure volute dalla posizione sociale e dagli affari di famiglia. La siesta era l'ora che seguiva al desinare: e se per taluni il desinare era delizia, per altri era fastidio, se non sacrificio penoso.