Alle mense nobilesche raramente mancava qualche parassita, vecchia piaga di chi ha. Quest'essere avea bene una casa, ma solo per dormire; il resto della giornata divideva tra' suoi potenti amici, presso i quali giungeva sempre con esattezza matematica. D'uno di essi fu detto:

Lu viditi affacciari a menzujornu,

'Ntra l'ura giusta chi firria lu spitu[465].

Egli andava ben vestito, ma si hanno forti dubbî se il sarto del suo giamberghino fosse stato pagato. Il suo appetito era pari alla sua sfrontatezza. Degl'intingoli, dei manicaretti che si passavano in giro, tutto assaggiava, tutto mangiava, tutto trovava eccellente; e come per isdebitarsi col suo generoso ospite vuotava il sacco di tutte le notizie che avea potuto udire o leggere gironzolando di qua e di là. E l'ospite non poteva non esserne soddisfatto, solleticato nella sua vanità di ricco, di magnifico, e, altronde, non isdegnoso della compagnia di persone che alla fin fine erano le più innocue creature del mondo. [pg!336]

Un signore savoiardo ha una pagina aspra per codesti parassiti, i quali egli incontrava in ogni casa magnatizia, e che il padrone di casa, pur disprezzandoli, tollerava, perchè il loro rumoroso stuolo serviva ad accrescere pompa alla scena: «espediente infelice, diceva lui, che obbliga il signore alla compagnia di uno stuolo di miserabili che gli ronzano attorno, guidati dallo interesse di strisciare ai piedi del fortunato»[466].

Meli vedeva una ingiustizia sociale nel favore accordato a questa gente a scapito di altra che lavora e non riceve nulla. Certi baroni

.... paganu beni e profumati

Li tanti parassiti muscagghiuni,

Chi si fannu vidiri affacinnati

E usurpanu lu lucru tuttu interu

Di chiddi chi fatiganu davveru[467].

In mezzo a tanta festa di gola e di ghiottoneria, Palermitani e Siciliani, dal primo all'ultimo, dal più alto al più basso, le solite eccezioni fatte, erano frugalissimi nel mangiare, moderatissimi nel bere. Nelle grandi mense, solo dopo il 1770 cominciarono a brindare alle dame toccando i bicchieri, e bevendo alla loro salute: usanza, a quanto pare, non mai udita nè seguita prima dell'esempio datone in Palermo da due signori inglesi[468].

Questa frugalità c'induce a guardare il rovescio della medaglia: il mangiare, cioè, dell'infima classe, dalla quale in parte, e in parte dalla superiore, ritraeva il ceto civile. [pg!337]

Non occorre uno studio per conoscere come si nutrisse la povera gente che viveva col lavoro delle braccia. I cibi meno costosi, presi dal regno vegetale, erano il suo alimento ordinario. Zuppe d'ogni maniera di legumi e di verdure, il meglio che essa potesse permettersi quando il frutto del lavoro glielo concedesse, o solo in qualche giorno della settimana. Il suo alimento però era sempre a base di pane, quando fino, di buona qualità, quando murino, di qualità inferiore; pane scusso, pane con cipolla e, secondo le stagioni, con pomidoro non maturo, con fave verdi, o con frutta fresche o secche, o con olive, o con formaggio della peggiore qualità, con copiose libazioni d'acqua o con un gotto di vino quando l'aveva[469]. Il caffè, la cioccolata le eran note solo di nome, per quel che ne sentiva dire, o che ne vedeva passando, o per qualche prova che poteva averne fatta in giorni di poesia. Questi conforti mattutini erano, come abbiam veduto, riservati a gente civile, e tale essa non poteva dirsi nella triplice partizione della società. Non caffè con latte quindi bevea, perchè il latte andava preso in giorni eccezionali, ed i medici preferivano per gli ammalati quello d'asina.

Al di sotto delle zuppe, come si chiamano tra noi, andavano altri cibi: fave lesse non isbucciate, minestre ed erbaggi, che costavano solo la cottura e non sempre esigevano condimenti di olio, bastando il vilissimo sale di Cammarata o quello migliore di Trapani ed il pepe selvatico della città[470]. Secondo le stagioni e le circostanze, [pg!338] usava anche baccalà e tonno, che, copiosissima essendone la pesca e del tutto mancanti i mezzi di esportazione, andava svilito al prezzo d'un baiocco il rotolo (4 cent. di lira gr. 800), e che chiamavasi perciò carni di puvireddu; e sciala, poviru! gridavasi dai venditori per le piazze.