A questa lungagnata seguivano le pene ai trasgressori: e le pene erano minacciate con tanta severità che nessuno dubiterà della ferma intenzione del Vicerè di farla finita coi contravventori. Si trattava nientemeno di una multa di 500 scudi ai nobili e di un anno [pg!347] di carcere e di altre pene ad arbitrio di S. E. a qualsivoglia altra persona. Per le donne maritate, la pena sarebbe stata pagata dai mariti; per le vedove, si sarebbe esatta da qualunque dei loro effetti; pei figli di famiglia, dai genitori.

A ben comprendere le inibizioni di questo bando bisognerebbe riportarsi ai vecchi eccessi che turbavano la società, e soprattutto alle teatrali ostentazioni di dolore alle quali grandi e piccoli, madri e figli, mariti e mogli si abbandonavano. Porte, usci, si tingevano in nero; di nero si coprivan le pareti; si capovolgevano seggiole e deschi; sparecchiate si lasciavan le mense; buio pesto regnava nelle stamberghe, nelle camere, nelle sale, rischiarate appena dal debole chiarore di qualche lucerna: e tutto ciò per mesi interi ed anche per anni se per poco la perdita fosse stata di mariti o, in generale, di capi di famiglia. Aggiungi altre esteriorità create e mantenute dalla vanità e dalla jattanza, come il tramutamento in nero di qualunque colore di fornimenti di animali da soma e da tiro, e carrette, e carrozze, e sedie portatili e perfino lettighe padronali se si fosse stati nella imprescindibile necessità di andare a udir messa (dovere che i Sinodi diocesani richiamavano sempre, condannandone l'inadempimento), o di recarsi da un sito all'altro dentro o fuori città, nei dintorni di essa, o nel vallo, o più oltre ancora[475].

Noi abbiamo parlato del bruno senza aver veduto ancora il morto per cui il bruno andava preso. [pg!348]

Il cadavere veniva portato via subito senza pensarsi alla possibilità d'una morte apparente. Questa possibilità turbava qualche persona d'allora; ed il prof. Hager, che un giorno vide dentro il coro dei Cappuccini, chiusa in un feretro, una giovane stata dianzi strappata al desolato sposo, e che provò un grande raccapriccio scorgendo innanzi le fosse della chiesa dei giustiziati, un'ora dopo lo strangolamento, i compagni di congiura di F. P. Di Blasi (1795), ne parlò al Presidente del Regno, il quale non se ne commosse nè molto nè poco[476].

Le più strane costumanze s'incontravano nei due ceti estremi, la Nobiltà e la bassa gente.

Nella Nobiltà tutto era un apparato di sontuosità che voleva attestare quanto grave fosse stata la perdita. Quale la vita, tale la morte. Lo splendore del palazzo si trasformava nelle gramaglie della chiesa ove i funerali doveano celebrarsi. Molte le chiese che si facevano partecipare, nel medesimo giorno e nelle medesime ore, ai suffragi, con centinaia di messe e con migliaia di rintocchi di campane. Nella chiesa del cadavere, immenso lo stuolo degl'invitati e la resa dei curiosi. Sopra un cataletto a frange d'oro, in abito sfarzoso come per una festa mondana, la fredda salma non istava, come d'ordinario, a giacere, ma seduta quasi per mostrare l'esser suo[477].

Un capitolo sull'argomento riempirebbe di sorprese chi non abbia familiarità con le tante sopravvivenze [pg!349] etniche dei popoli, descritte dai moderni critici della civiltà.

Nel popolino la più comune era quella delle reputatrici, donne prezzolate, che esercitavano il triste mestiere di piangere sui morti, urlando nenie, strappandosi i capelli. Un parroco della città ne fu testimonio pel suo rione, dove la più povera gente grameggiava in mezzo alla più agiata. «Un solo rimasuglio di cantilene, dice il Santacolomba, mi è accaduto sentire qualora m'è toccato d'assistere a ben morire ai pescatori della Kalsa, e mi si dice che tuttora vi sia nelle piccole terre del Regno: reliquia forse delle antiche prefiche»[478].

Altro che «mi si dice»! L'usanza era così comune che più non si sarebbe potuto trovare in inculti casali e in centri civili dell'Isola.

Sotto la data del maggio 1775, nel solito Diario del Villabianca si legge: «Sul cominciare di questo mese cessar vedesi la costumanza di esporsi i cadaveri dei mendicanti nelle pubbliche piazze e contrade della città; cattandovi la limosina pel suffragio delle anime e per la spesarella dei facchini e del feretro li pii confrati dell'Opera della Misericordia. Ciò venne ordinato dal Senato, non solo per dar favore alli confrati della chiesa di S. Matteo del Cassaro [ma an]che per non funestare i cittadini con quella luttuosa mostra[479]».