In tanto viavai il bel sole ha abbandonato sul Pellegrino la pietra dell'Imperatore[507]: e noi, che dal [pg!368] baluardo non sappiamo più discernere quel che la mancante luce non ci consente, rientriamo in città. Stasera, chi ne avrà vaghezza, potrà rivenire a questo luogo bellissimo, ma quanto mutato! Le tenebre lo avvolgeranno nel loro velo misterioso, che solo la luna potrà per un istante diradare. Il curioso cercatore di aneddoti potrà sguisciare tra la nuova folla sotto i baluardi. Presso Porta Felice vedrà la Conversazione estiva della Nobiltà: un crocchio d'indifferenti chiacchierare con le dame del circolo; uno di annoiati ridire sul caldo della giornata, sulla mancanza assoluta di notizie, sulle ultime disposizioni del Senato. Più in là, fuori le casine incavate nei baluardi, vedrà un muoversi confuso di servitori carichi di sorbetti pei seduti lungo la cortina, pei nuovi arrivati in carrozza, schivi di scomodarsi a scendere. Più in là ancora, non lungi da Porta di Greci, potrà prender posto in una delle trattorie che lottano contro la recente concorrenza di quella dell'Astracheddi alla Flora, dove a tarda notte giovani spensierati accorreranno a sbraciare in compagnia delle artiste da teatro che avran potuto conquistare, cortigiane dei secoli passati, demi-mondaines dei secoli avvenire.

La Flora o Villa Giulia, creazione geniale del Pretore Regalmici, era l'ideale dei giardini non meno pei Siciliani che pei forestieri.

Quando Goethe venne a Palermo (1787) essa non era ancora finita; eppure parve a lui «maravigliosa», riflettente «un aspetto magico che vi trasporta nei tempi antichi..., un vero incanto per l'occhio»[508]. Un [pg!369] suo connazionale la disse «fatata», ed un altro ancora, «un vero paradiso»[509].

Chi vi si rechi oggi, spettatore o spettacolo, di giorno o di sera, nei dolci tepori primaverili o nello splendore delle centomila fiammelle a gas delle fresche notti di estate, non immagina, forse neanche sa che quello fosse luogo di convegno della gente più spensierata; anzi, che fosse il tempio della spensieratezza. Quando si è varcata una mezza dozzina di decennî si è contati tra i laudatores temporis acti, tra i disgustati del presente, tanto diverso dal buon tempo antico; ma non dobbiamo disconoscere che il nostro umore oggidì è troppo nero perchè possa ravvicinarsi, per via di paragone, a quello di un tempo. La società moderna, risultato complessivo di condizioni psichiche, di problemi sociali, di speranze e aspirazioni indefinite, con spostamenti d'interessi, persone, cose, manifesta un turbamento abituale, permanente, quale forse non si ebbe mai per lungo volger di secoli.

Quanto diversi invece quei nostri nonni di un bel secolo fa!

Vedeteli con che premura s'avviano alla Flora. Si direbbero preoccupati di perdere un istante dello svago che li attende; si direbbe che in mezzo a tanto rigoglio di alberi non sorga neppure il ricordo delle cataste di legna che quivi si alzarono in orrendi auto-da-fè; ed al profumo di tanti fiori sentano imbalsamare l'aria, non più pregna dei sinistri vapori delle carni bruciate.

In tre ore diverse del giorno s'andava a respirare [pg!370] a pieni polmoni quest'aria che la città chiusa non dava. Noi possiamo venirvi nelle prime ore del mattino, nelle ultime del giorno, nel principio della sera. Un gentile cavaliere c'invita di mattina: «Venitele a vedere in questo giardino incantato le donne, in questa Flora che non ha la eguale. Esse passeggiano; la bellezza del loro corpo, la grazia del loro atteggiamento fanno di sè pompa naturale. Oh come vi guadagnano esse! Una semplice mussola le copre; il verde degli aranci, l'oro del sole, il bianco delle vesti scherzano con la luce e l'ombra. L'auretta mattutina pare avvivi coi suoi carezzamenti la freschezza della bella tinta. No, non manca nulla all'armonia del quadro!»[510].

Torniamo più tardi.

Son ventidue ore: nei quattro viali che circondano in quadro la Villa circolano signori in carrozza. Civili e popolani, palermitani e regnicoli, attraversando i frondosi oleandri che tutta la chiudono in giro, entrano a frotte spargendosi alcuni a sentire la musica, liberalmente legata dal Principe Moncada, altri a numerare i cinquanta busti donati dal Presidente Paternò, o a contemplare la fontana del centro con l'orologio a sole e le vicine edicole di mons. Gioeni, altri infine ad ammirare la solenne posa del Palermo dello scultore Marabitti. Delle sgradevoli figure che in semicerchio, di fronte a Palermo, convulsamente si contorcono, tutti ignorano la ragione. Si chiamavano Scisma, Eresia, Maomettanismo quand'erano a piè del brutto monumento di Carlo III a S. Anna; ma qui davvero nessuno ne comprende [pg!371] il simbolo, specialmente dopo che Marabitti ve ne ha aggiunta un'altra, la Maldicenza.

Due ore son passate rapidamente: e se non fosse il suono dell'Avemmaria, che impone la cessazione della musica ufficiale, non se ne accorgerebbe neanche un annoiato. Meno male che la Villa non si chiude, e vi si può restare ad agio fino a tardi. I soldati di guardia la vigilano d'intorno, e respingono pezzenti, mendici e gente in livrea[511]. Quattro lioncini voglion farla da vigili anch'essi, ma.... sono di marmo e i due versi latini che il poeta Giuseppe Costa mise loro in bocca: