Adsumus hic vigiles. Florae sunt numine plena
Omnia, quae lustrato Tu temerarie, cave[512];
non son altro che belle parole.
La scarsa luce della via Butera finisce in oscurità, fitta nella recente Porta Carolina (Reale), o nella Porta di Greci. La Villa nelle sere buie ha pochi fanali liberalmente apprestati dal Paternò Asmundo; ma di lumi [pg!372] serotini non si ha bisogno quando fin la stessa luna riesce talvolta molesta.
L'eco delle dolci note musicali del giorno si ripercuote ancora, e già d'altre note risuonano luoghi più recessi: tambussio di cembali, mesto pizzicar di chitarre, malinconia di voci argentine, lieto scoppiettar di mani ne prendono, con l'avanzar della sera, il posto. Son le serenate delle comitive dei canterini; è il fruscio delle coppie che ballano; sono gli applausi della folla che ascolta e non sempre vede. Se la luna ci favorisce, noi potremo ravvisare tra essa un modesto abate, la cui canzone:
'Ntra lu pettu nun ci ha cori
Cui nun godi la Marina,
Cu sta bedda siritina
'Ntra sta Villa chi si fa?
che prima salutò la trasformazione della deserta funerea campagna[513], è uscita or ora dalla bocca d'un giovane innamorato alternandosi con le canzonette Lu Gigghiu, A Dori, Li Piscaturi da una donna del vicino viale. Egli, lo schivo Meli, lieto della scena, ricantando a sua volta le lodi della Flora, esclamerà commosso:
La luna manna
Li soi amurusi
Rai luminusi
Pri cui va ddà;
e si rallegrerà di aver veduto
Cui balla e sona,
Cui canta e ridi,
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