Quant'è bedda la via di Murriali!

Cci su' li chiuppi (pioppi) fileri fileri,

E 'ntra lu menzu, li quattru funtani

Su' l'arricriu di li passaggeri[520].

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Di là dalla Flora, oltre la Tonnarazza ed il Ponte di S. Erasmo, a Romagnolo era Zè Sciaveria, altra delizia palermitana. Zè Sciaveria (zia Saveria) era il nome della intraprendente donna, ch'ebbe il coraggio di convertire la solitaria spiaggia in ameno ed elegante ritrovo. Nulla di simile si era saputo ideare in città; e della città esso raccoglieva il meglio delle trattorie e dei caffè, senza essere nè trattoria nè caffè, o dell'una e dell'altro partecipando. La novità della impresa, l'amenità del sito, fronteggiato a sinistra dalla silhouette del Pellegrino, lambito di fronte dalle ondicelle del golfo, guardato a destra dalla batteria del Sacramento, dalla torre dei Corsari, dal Castello di Ficarazzi, che guida l'occhio verso la montagna di Solunto, e dietro ed intorno coronato dai monti Grifone, Gerbino e Gibilrossa, ne facevano la grande attrattiva giornaliera d'ogni persona che avesse voglia di passare qualche ora divertita.

Non era nata ancora ed era già celebre, ed a frotte vi andavano d'ogni classe persone; giacchè Zè Sciaveria era un posto buono per tutti. Poeti superiori come il Meli, mezzani come il Melchiore ne decantavano le maraviglie; questi, anzi, inventava una favola per provare che il sito avesse avuto origine divina, giacchè Encelado, sopravvissuto ai giganti subissati da Giove, venne a nascondersi presso Mostazzola, amò la Saveria, che durante tremila anni rimase incinta e diede poi [pg!379] in luce un nanerottolo, padrone di questo luogo, uomo che avea mente e pensieri da re.

Codesta allusione, in mancanza di notizie particolari, fa supporre aver avuto la Saveria un figliolo forse gobbetto: e così sarebbe spiegata la fortuna insolita del caffè-ristorante, come oggi si direbbe, o della elegante taverna od osteria, come si diceva allora,

E chi ha nobilitatu sta cuntrata:

'Nfatti Dami, prelati e Vicerrè

Vennu ogni jornu a fari passiata;

E tanti e tanti senza li stestè[521]

Vennu ccà apposta, lassannu la Flora,

Sidennu a sti puliti canapè.

L'occhiu guarda lu mari e si ristora,

Godi vidennu culonni e perterra,

Orti, muntagni e la citati ancora[522].

Meli conferma la inusata eleganza del nuovo posto nei tanti

Gran cornacopj,

Specchi e lumeri,

Ed autri mobili

Di cavaleri;

donde il favore, non solo dell'aristocrazia, ma anche d'ogni altro ceto. L'accorta padrona avea fatto le cose bene: larga réclame per la città; tende pel riparo dei signori e civili che si recassero da lei; tavoli illuminati da due candele, ciascuno per le singole famiglie che volessero divertirsi; per i villeggianti dei dintorni, ai [pg!380] quali non era proibito di accedere «coi reciproci galanti», e per chi volesse andarvi da Villabate, S. Cataldo, Mostazzola, Torrelunga. Zia Saveria era donna che la sapeva più lunga di qualsiasi altro commerciante di Palermo, e basta dire che, esempio unico nel genere di industria, faceva ordinarî trattenimenti di musica, al suono dei quali

Si balla e canta,

Si canta e vivi,