o meglio vi si passa tra
Balli e tripudj,
Sàuti a muntuni,
Favuli e brinnisi
Soni e canzuni[523].
Ora, dopo cent'anni, solo il nome rimane della divertente contrada, ed un documento di soggiogazione nell'Archivio del Comune[524]. Ma sul vicino scoglio echeggia la dolcissima canzonetta del Meli:
Supra lu scogghiu
Di Mustazzola
L'àipa vola,
L'alba si fa!
[pg!381]
La città non bastava a chi avesse modo di procurarsi agiatezze e svaghi; ci voleva qualcos'altro fuori, nelle campagne dei dintorni. La povera gente ci andava (come ci va sempre) nelle tanto attese ricorrenze festive di Madonne e di santi, e nel calore della scampagnata consumava il guadagno d'una intera settimana, quando il guadagno l'aveva, o quando i pochi tarì ottenuti al Monte di Pietà dando in pegno un soggetto qualsiasi di casa, glielo consentissero. La quale risoluzione pratica non si arrestava in essa, ma passava ed estendevasi in un ceto meno modesto, quello di certi impiegati e di piccoli trafficanti, ai quali non sembrava vero di poter fare uno strappo all'abituale parsimonia della vita. Per costoro non ricorrevano invano le biennali quarant'ore del 14 settembre a Monte Pellegrino, il festino del 3 di maggio e le quinquennali dimostranze di settembre in Monreale o in altri siti, come una volta le feste di Maredolce e di Baida, la cui proverbiale Calata ha anche oggi la somigliante in quella del Pellegrino.
Senza aver sostenuto fatiche di corpo, e perciò senza un pressante bisogno di rinfrancarsi, rompendo la monotonia della vita cittadina forse perduta, i nobili cercavano nella campagna semestrali ricreazioni. Con le sue agiatezze e coi suoi ozî beati la campagna non era se non la continuazione della città. A Mezzo Monreale, ai Colli, a Bagheria essi andavano con la famiglia; [pg!382] e lungo stuolo di amici, di aderenti, di familiari li seguivano. Tra le varie ville come tra' varî palazzi aveano ben da scegliere. A guardare oggidì i palazzi magnatizi di Calvello, di S, Giuseppe, di Guggino, di Maletto, di Tommaso Natale, di Pantelleria ai Colli, e quelli innanzi ricordati[525], si rimane stupiti della sontuosità di essi. L'architettura del tempo vi spiegò tutti i suoi capricci di scale esterne e di appendici ornamentali. La ricchezza vi tenne una corte di casette basse per la servitù, sulle quali signorilmente levavasi l'edificio superbo. Quanto la vita moderna possa immaginare di confortevole era apparecchiato con particolarità che rispondevano alle ricercatezze, ai gusti più delicati. Oh no! non erano solo gli Agrigentini che fabbricavano come se non dovessero morir mai e mangiavano come se dovessero morire il domani!
Mentre le strade carrozzabili erano scarse come le cose buone, una, conducente ai Colli, non mancava (1768); alla quale poteva accedersi anche per quella del Mulino a vento (Corso Scinà) uscendo da Porta Maqueda dopo il taglio del baluardo di questo nome (1780).
Bagheria era per l'alta aristocrazia di Palermo quello che per l'alta aristocrazia di Roma i Castelli. I grandi signori della Capitale siciliana vi aveano ville magnifiche, anche superiori ai palazzi loro in città. Giganteggiava su tutte quella di Butera, a cavaliere del nascente sobborgo. Grandeggiava sulle cospicue quella di Valguarnera; delirava sulle strane l'altra di Palagonia; e, sontuose [pg!383] tutte, quelle dei Principi della Cattolica, di Cutò, di Rammacca, di Campofranco, del Duca di Villarosa, del March. Inguaggiato, del Conte di S. Marco e di altri signori. Sdegnato della Corte, o sdegnoso di cortigianerie, verso gli sfruttatori Vicerè stranieri, dignitosamente ritiravasi nel suo nuovo palazzo nella seconda metà del sec. XVII, D. Salvatore Branciforti, Principe di Butera, e sul frontone, a lettere cubitali voleva scolpito: O Corte, addio, e dentro, i versi spagnuoli:
Ya la speranza es perdida
Y un sol bien me consuela,
Que el tiempo, qui pasa y buela,
Lleverà presto la my vida[526].