Cento e più anni dopo (1797) il Principe Ercole Branciforti Pignatelli, sull'ingresso della Villa alzava «per novità di sua grandezza» un monastero di trappisti, nelle cui cellette, monaci in cera rappresentavano varî momenti della vita claustrale. Sa egli il lettore raffigurare quei due solitarî così pieni di sentimento reciproco? Sono un giovane e una ragazza, i quali, ignari l'uno dell'altro, dopo una vita tempestosa, perdute le speranze di congiungersi, nel mondo han vestito il bianco saio. I visitatori li chiamano ancora Adelaide e Comingio, e ne raccontano le avventure secondo il commovente romanzetto onde tanto si deliziavano giovani e vecchi. In altra cella son le figure di Don Ercole e di Ferdinando III, entrambi camuffati da monaci [pg!384] che giocano a carte. Ritratti più fedeli dei due personaggi non offre nessun monumento della Sicilia. Nelle frequenti visite fattevi col Principe di Butera dal 1799 in poi, S. M. riconosceva siffatta somiglianza, e non poteva trattenersi dal ridere vedendosi convertito in trappista, lui così acerbo nemico del silenzio, rumoroso nel parlare, sghignazzante nel ridere.
Idillio perpetuo di anime innamorate, la villa Valguarnera era la reggia tra le case principesche della verde vallata. I padroni vi tenevano corte bandita di cavalieri e di dame, di amici e di vassalli, di servitori e di valletti, ai quali offriva comoda residenza in ampie stanze, grandi saloni con quadri, pitture ed ornamenti, un teatro artisticamente decorato ed orti e frutteti e boschetti e giardini pensili e logge e cortili e fonti e statue e quella Montagnola che è la più deliziosa delle colline, il più giocondo asilo della pace e della poesia. Man mano che si va su pei larghi avvolgimenti di quella vetta, l'occhio si perde, tra i due promontorî, nella vista del mare turchino, nelle lontananze cerulee, nelle varietà di colori distribuiti su ruvidi macigni, e di fughe e degradazioni di luce per valloncelli e falde e costiere; e nel salire un amorino impone col dito sulle labbra silenzio; un genietto ti sorride lietamente, una Diana ti invita alla caccia, una baccante ti danza e un Polifemo fistoleggia quasi per farti cantare l'arietta del Metastasio scolpita ai suoi piedi:
Se scordato il primo amore....[527]
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A tanta profusione di ornamenti e di doni di natura il gusto dei patrizî spese tesori. Gli artisti più illustri vi tornarono sempre, chiamati a gareggiare di affreschi, di tele, di sculture, di ornati, che attestavano non solo il merito loro, ma anche il senso squisito dei signori che li chiamavano e largamente li retribuivano.
«Ma oh! quale contrasto all'atticismo della Valguarnera è la farnetica villa di Palagonia!» esclamava Rezzonico della Torre un giorno che recavasi a Bagheria insieme col Pretore di Palermo Duca di Cannizzaro, col Principe di Grammonte cognato di lui e col Duca Calvello (19 agosto 1793).
La triste fama di essa gli era giunta a traverso le pagine quasi incredibili dei viaggiatori che l'avean preceduto. Egli conosceva Brydone e Riedesel, Houel, de Saint-Non, e forse de Borch e Bartels. Ma il Cannizzaro ne ricordava altri, e più d'una volta avea sentito raccontare del gentile Vicerè Caramanico, — che avealo tenuto a pranzo, — d'un valente poeta e naturalista tedesco, il quale pochi anni innanzi vi si era fermato pieno di sbalordimento, ripetendo non si sa che frasi di sdegno e di orrore. Evidentemente parlava di W. Goethe, recatovisi nella primavera del 1787[528].
Ora la fama era inferiore al vero circa i mostri della villa. Rezzonico trovava il viale spogliato di moltissimi gruppi e busti e vasi che preludevano a quelli fiancheggianti all'abitazione. Erano stati 200 e ne trovava [pg!386] appena metà, che riddavano all'occhio e alla fantasia di chi li guardasse.
«Sembravami il castello di Circe o di qualche fata, che di lemuri, di larve, di farfarelli popolando loggie e tetti ed archi e viali godesse atterrire, deludere, affascinare i pellegrini con istrani ludibrj infernali, ed apparenze grottesche di uomini, di animali e di mostri insieme accoppiati e misti. Qui vedi sopra un sol corpo annestate più teste umane e ferine, ciclopi non solo triocoli ma sestocoli, orecchie d'asino, di capra, di cinghiale e tempie d'uomini affisse, demoni che abbracciano streghe o suonano violoni, e vanno imbacuccate di larghe parrucche e di folte ricciaje anuti, cercopitechi, policefali, gerioni e pagodi indiani...»[529]. E se hai forza di resistere, vedi un uomo che cammina su due teste e sopra un piede, con occhi sul collo; e una testa collocata a mezzo lo stomaco, e una testa di toro sul corpo di un uomo appoggiantesi sulla coda d'un pesce[530].
Completava tanta aberrazione di spirito del fondatore Gravina e del suo discendente Ferdinando juniore la palazzina, nella quale di sopra, di sotto, di fronte, ai lati, di dietro sei immensurabili specchi milliplicavano capovolti i visitatori e le visitatrici, con effetti indecenti. La fantasia e la mano di cento artisti e di cento artigiani erano state esaurite nelle multiformi decorazioni interne arrampicantisi su per gli angoli delle pareti, per gli stipiti delle aperture, fino alle volte, tempestando di rabeschi disordinati, di frutti e conchiglie [pg!387] sciupacchiate in mostriciattoli paurosi, il più piccolo spazio che rimanesse libero. V'eran sedie di inestimabile valore, di dorature eleganti e di marmi torno torno al soffice piumaccio: chi spensieratamente vi si adagiasse, sentiva spilli ed aghi acutissimi.