La statua di Carlo V pare la figura d'un cieco che s'appoggi al suo bastoncello ed allunghi la mano andando tentoni. Ai suoi piedi cresce dell'erba, ed alla base fan brevi apparizioni pasquinate che tutti vedono e nessuno sa chi le attacchi: nè i servitori del Principe di Belmonte che vi stanno di faccia (Palazzo Riso), nè i frati del Carminello (Tribunale militare), nè i corrieri del Principe di Villafranca, che vi stanno allato.
Nell'andar su verso porta Nuova copriamoci gli occhi per non veder la Cattedrale. Dal 1780 l'ingegnere Fuga vi perpetra restauri, che sono complete trasformazioni. C'era presso i campanili, dal lato orientale, una torre, ed egli l'ha convertita in cupolone quasi quanto quello di S. Giuliano; c'erano, qui sulla piazza [pg!28] meridionale, tre ordini di merli e di finestre, e li ha caricati di tredici cupole e cupolette per altrettante cappelle edificate distruggendo i muri laterali lungo le due navate laterali, e pel necessario sfondo alle cappelle guadagnando terreno a mezzogiorno ed a settentrione. Le statue gaginesche del coro le ha piantate innanzi queste cupole, e, sopravvanzandogliene, le ha messe a fianco delle incoronazioni di Vittorio Amedeo e di Carlo III, sotto il portico! C'era.... c'era tutto un tesoro d'arte siculo-normanna e non ha avuto ritegno di sfigurarlo, disperdendone le parti più belle!
E per tanto scempio, prima non permesso, poi voluto dalla Corte di Napoli, si sono spesi centomila scudi, ed altrettanti se ne ritengono ancora necessarî alla interna decorazione, nella quale neppure un arco venerando sarà rispettato! E già si parla dell'opera con immenso vantaggio, e si gongola al pensiero che per la festa del Corpus Domini del nuovo secolo (4 Giugno 1801) il ringiovanito, rifatto tempio verrà riaperto al culto dei fedeli![51].
Stringiamoci al monastero dei Sett'Angeli, e, senza guardare al vandalismo dell'abside e del lato settentrionale del sacro luogo, rasentiamo la chiesa della Incoronata, che vide giurare rispetto a diritti siciliani sovente conculcati. Pietro d'Aragona, al domani del Vespro, vi prese la corona. Alla porta del Palazzo arcivescovile sta sempre attaccata un'elsa che ricorda quella con la quale Matteo Bonello avrebbe squarciato il petto [pg!29] di Maione, triste ministro di più triste sovrano (Guglielmo I).
E siamo già nella maggiore piazza della città, in faccia al più grande edificio: il palazzo vicereale.
Anche dopo la scomparsa delle sue primitive torri, esso fu fortezza custodita sempre da alabardieri, quando spagnuoli, quando tedeschi, quando svizzeri, e munita di cannoni dominanti da solidi terrapieni la città. Ogni parte di esso è un monumento, ogni monumento una pagina di dolore, di fremiti, di dolcezze.
Considerazioni diverse, liete e tristi, suscita la sala ove lo svevo Federico II accoglieva il fiore dei dicitori in rima, e, contrasto lacrimevole, le laterali carceri della torre ioaria o rossa, ove per ordine di lui venivan fatte morire d'inedia donne d'alto legnaggio, ree d'esser mogli di baroni, veri e presunti ribelli[52]. Il Vicerè march. de Vigliena per tutto suo piacere ruppe l'antica armonia dell'edificio. Al domani della rivolta del D'Alesi, il card. Trivulzio, malevolo verso il popolo, irriverente verso la chiesa, la fortificò di due baluardi (1649) distruggendo il tempio della Pinta fondato da Belisario, capitano di Giustiniano Imperatore: tempio rimasto celebre per l'atto che da esso prese nome. Quella che è ora scuderia (risibile fortuna delle umane cose!) fu aula dei Parlamenti della nazione: ed un affresco, che riproduce l'apertura solenne di uno di essi, sta di fronte ad un altro: che è tutta la messa in iscena di un auto-da-fè. Sulla volta della nuova sala dei Parlamenti, nei piani superiori, [pg!30] il principe di Caramanico fece dipingere la Maestà regia, protettrice delle scienze e delle arti (1787). S. M. però la volle più tardi cancellata per farvi dipingere dal Velasquez le forze di Ercole, delle quali, non più giovane, Ferdinando III si sarà compiaciuto più che dell'arcadia allegoria.
Vicerè e Presidenti del Regno vi ricevettero baciamani di patrizî ed inchini di dame, piati di litiganti e suppliche di rei, voci di plauso ed urli di sdegno; e tra sorrisi e lacrime, tra carezze e minacce, tra condanne e grazie passarono non pure il decretato triennio, ma anche la conferma di altri triennî, invocata al monarca dai tre Bracci parlamentari che sovente li detestarono.
Vediamone qualcuno di questi potenti, che fecero tremare mezza Sicilia, ma che pur tremarono la parte loro al ruggito di una sommossa. Li troveremo dipinti nell'anticamera dei vicereali appartamenti, ritti, imponenti come per dirti: — Guarda chi siamo! —
Ecco la mingherlina figura di D. Giovanni Fogliani de Aragona, Marchese di Pellegrino (che però non è il nostro diletto monte!). Chi gli avrebbe mai detto che in un momento d'inconcepibile tumultuazione delle maestranze sarebbe stato mandato via? egli così affezionato al paese, egli che ne cercò, come meglio seppe, il pubblico bene, che ne sostenne con larghe limosine i poveri, ne protesse in ogni maniera la sicurezza! Oh andate ad aspettarvi la gratitudine dei popoli! Che bel parruccone questo suo! Dal 1770 in poi non se ne vide uno più prolisso; come non si vide viceregno più lungo del suo; la bellezza di quasi diciott'anni! Il suo naso potrebbe far credere ad un avido succhiatore di [pg!31] sangue; ma le sue opere furono di uomo bonario quasi altrettanto che il Principe di Caramanico, col quale ebbe parecchi punti di somiglianza. Perchè, entrambi ebbero un gran debole per le feste e la nobiltà; entrambi amarono il sapere e ne protessero generosamente i cultori; e come il Fogliani non se ne sarebbe andato senza la frenesia popolare, così questo vi sarebbe forse rimasto con la fiducia del Sovrano, se la morte non lo avesse colto all'improvviso.