Ecco Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, magro, diritto, dal corto parrucchino e dal bastone.... coi fiocchi. Come splende l'anello che porta al mignolo! Si direbbe che egli se ne tenga quanto della discendenza dal Vicerè suo omonimo, quanto delle carezze che riceve dai titolati e che ai titolati largamente profonde, quanto delle ordinanze che emanò a favore dell'annona e contro la forza operaia nei baluardi. Dicono avesse velleità poetiche; ma il ritratto non lo accusa: e nessuno sognò mai che partendo malaticcio da Palermo potesse perpetrare versi di amore, come quelli per La partenza da Clori, trovati autografi nel suo scrittoio:
Sorge l'infausta aurora,
Deggio partir, ben mio.
Ti lascio in questo addio
Un pegno di mia fè....
Ma già il nocchier s'affretta
Le vele a sciorre al vento.
Ecco il fatal momento.
Mi sento ohimè mancar!
Il Principe che si sdilinquiva per la poetica Clori, era marito, padre e nonno!... [pg!32]
Ecco D. Domenico Caracciolo, Marchese di Villamajna. Disimpacciato dal vicereale paludamento, tende in avanti la mano in atto imperioso: espressione della sua indole autoritaria in lineamenti comunali, che mal rivelano la irrequietezza del suo pensiero. Quell'atto compendia la storia di un governo: cinque anni di scatti e di calme, di vittorie e di sconfitte, di esaltamenti e di depressioni: lotte continue tra un carattere non pieghevole a transazioni e la necessità di ripieghi, che furono scomposta rassegnazione e dovettero parere indifferenza.
Che vita di agitazione quella sua! Che rumore di discussioni attorno alla sua condotta! Ogni ordine di cittadini ebbe parole violente all'indirizzo di quest'uomo, che affettò il più profondo disprezzo della pubblica opinione. Gli artigiani fremettero d'aver avuto tolto lo spadino dal fianco e di essere stati diminuiti nelle antiche loro rappresentanze; i civili, impermaliti delle restrizioni al libero esercizio delle loro professioni, lo misero alla gogna; i nobili, in odio ai quali egli, cadetto, ma portatore di titoli nobiliari, ridusse loro gli sconfinati privilegi, lo detestarono del pari che gli ecclesiastici, altri bollandolo come paglietta napoletano, altri additandolo novello Argante,
D'ogni Dio sprezzator, e che ripone
Ne lo scettro sua legge e sua ragione.
E in questa sala, ov'egli protende il dito altezzoso, si ripercuote ancora la sua voce altisonante: e la storia non tace il po' di bene che egli fece in mezzo al molto che non gli fu consentito di fare: ma non dimentica [pg!33] che agli occhi di chi lo conobbe appena tornato in Napoli l'antico ateo diventava ligio alla Corte Romana ed a quel pontefice che egli avea chiamato il gran muftì, e che l'uomo gaio appariva un buffone[53].
Ecco il piacevole D. Francesco D'Aquino, Principe di Caramanico, il quale tra il plauso dei letterati e gli ossequî dei patrizî sbarcò nove lunarî fino ai primi giorni del 1795. Ha cinquantasei anni, e ne mostra dieci di più, non ostante il suo viso rubicondo. Ha naso adunco, ma non fu un vampiro; fa un gesto di comando, ma solo per posa accademica: e pare non dimentichi le grazie sconfinate di Maria Carolina che lo levarono alla non prima sognata grandezza di Vicerè.
Tanta grandezza non può non destare un senso di profonda mestizia. Le ceneri del Caramanico giacciono inonorate, neglette nella chiesa dei Cappuccini, coperte da un semplice mattone. Tra' nobili i quali, appena morto, offrirono di ospitarne la salma nelle loro superbe sepolture, e la famiglia in Napoli, che si riserbava di richiamarla nella propria, si interpose la negligenza, lo abbandono, l'oblio!
In mezzo all'uno e all'altro di questi Vicerè superbiscono Presidenti e Capitani Generali del Regno, Vicerè [pg!34] provvisorî con facoltà quasi vicereali: il giovialone D. Egidio Pietrasanta, Principe di S. Pietro, Tenente Generale dell'esercito per la prima assenza del Fogliani (1768); D. Serafino Filangeri dei Principi di Arianello, benedettino cassinese napoletano (1773 e 30 Giugno 1774), solenne nel costume di prelato, modesto in quello di Presidente, involontariamente altero nella mossa della destra a guisa del Carlo V della piazza Bologni; e D. Antonio Cortada e Brù (1778), D. Gioacchino de Fons de Viela (1786) e D. Filippo Lopez y Royo, che pare smentisca il severo giudizio dell'ab. Cannella[54].