La Cuba, che a sinistra fronteggia quella via, è malinconica superstite degli ameni giardini, pei quali potè esser chiamata: «Paradiso della terra». Non più con imperiale pompa Arrigo VI vi riceve i commissarî della Repubblica di Genova, venuti a ricordargli le pattuite concessioni; non più, novellando il Boccaccio, [pg!37] Federico l'Aragonese vi tiene la vaghissima Restituta, dai marinai siciliani rapita in Ischia. Alla orientale immagine dell'Arabo Ibn Gubayr, valentino, intorno i manieri della Cuba e della Zisa sopravvive la gentile leggenda popolare, creduta anche dal Fazello, che Cuba e Zisa siano nomi di due figliuole d'un emiro di Sicilia; e la Cuba è dal seicento quartiere dei militari, i quali vi compiono l'opera devastatrice del tempo, e la Zisa, più fortunata, accoglie i Principi Sandoval[55].
A destra gli orti si alternano coi frutteti, i monumenti antichi attendono la giocondità dei moderni. Di costa, sulla sponda sinistra dell'immenso arido letto dell'Oreto, sorge deserta la chiesa di S. Spirito, ove col novello cimitero di S. Orsola il Caracciolo ha voluto, proprio al quinto centenario del Vespro Siciliano, confondere nelle medesime fosse i trucidati del 31 Marzo 1282 coi morti dal 1782 in poi. E i cittadini ne mormorano ancora come di offesa alle loro sacre memorie, e le famiglie dispettano di farvi seppellire i loro cari. Quivi, di fronte, sul poggiuolo di S. Maria di Gesù, i frati Osservanti furono spettatori dell'eccidio. Ora i loro successori, forse immemori, vivono la stretta regola di S. Francesco d'Assisi. Nella contrada di Falsomiele l'occhio corre in cerca del Monastero delle Basiliane, ma esso non c'è più, e la loro tradizione si continua raffinata nella vita delle monache del Salvatore nel Cassaro.
Solitario e triste, S. Giovanni dei Leprosi ospita [pg!38] infelici, che la demenza e la etisia han condannati all'ostracismo. Un cuore di donna li redimerà presto e li rifarà esseri umani tra uomini. Oh anche la Regina Carolina ha un po' di carità![56].
Lì presso, sul greto del fiume, è il ponte dell'Ammiraglio del Conte Ruggiero, Giorgio d'Antiochia, e sulle scarse acque vagolano di notte in bianche vesti le anime dei giustiziati sepolti nella vicina chiesa di S. Antoninello. E non molto discosto l'arabo castello della Fawarah o Maredolce, voluttuosamente cantato da' poeti musulmani; tra' quali fu chi disse: «Ciò che ho descritto l'ho visto coi miei occhi; ed è certo; ma se sentissi racconti di delizie eguali a queste, io li reputerei invenzioni assai sospette».
Spiccata la differenza di vita e di natura, di storia e d'arte in questa variopinta Conca d'oro! A destra tutto parla del passato; a sinistra tutto brilla del presente; là tutto è vecchio; qua tutto è nuovo. Ad ogni passo che si muova da quel lato è un'orma profonda di emiri e di principi normanni; ad ogni passo che si faccia da questo, è un'eco solenne di nobili palermitani. Non alla Guadagna, non a Falsomiele, non a S. Maria di Gesù ha cercato l'aristocrazia dolci riposi, ma più in là, più in là ancora, alla Bagheria; e dall'altro ai Colli. Dove cappelle, palazzi, flore sorgevano a testimoniare [pg!39] la sapiente grandezza dei Chiaramontani fiammeggiarono roghi paurosi ed echeggiarono strida raccapriccianti.
L'occhio è già stanco: rientriamo nel santuario del Piazzi. Guardato o no, il mare splenderà sempre ai raggi fulgenti del sole; l'aura carezzerà alberi e piante, ed al sorriso perenne d'un azzurro purissimo il cielo sarà sempre in perpetua festa di bellezza e di sublimità.
È tempo ormai di lasciare questo incanto, senza neanche affacciarsi là ove prima avremmo dovuto lungamente deliziarci. No, la Cappella palatina non va profanata con uno sguardo fuggevole alla guisa dei futuri touristi del sec. XIX. Visita di questa maniera potrebbe far credere ad incoscienza quel che è semplice nostra imperizia. La sorpresa che al primo entrarvi colpisce, lo stupore che invade appena alla temperanza della mite, dolcissima luce cominciano a scintillare i fulgidi mosaici, a disegnarsi gli arabeschi, a profilarsi le figure, a comporsi in un tutto l'armonia architettonica di quel tesoro d'arte, che pare prodigio di celesti ed è opera di uomini, toglie all'ammirazione la parola.
Qui potrebbe, pel molto ancora che ci resta, troncarsi la nostra passeggiata; ma vi son cose che non dobbiamo trascurare. Noi non abbiamo idea di quel che sia un rione popolare della città; l'Albergaria ne è il tipo: e facile è lo andarvi per la discesa del Piano del Palazzo sino alla piazzetta dei Tedeschi, ove alabardieri alemanni, guardie del corpo dimorano.
Noi non ci avventureremo in questo laberinto di straducole anguste, meandri tortuosi che si aggirano ed avvolgono, di usci che mettono in ignoti chiassuoli, [pg!40] di tane ove così di sovente brulicano come vermi esseri umani. A noi non importa se intatte siano le vecchie casupole, inalterati i nomi dei vicoli e dei cortili, fresca la memoria di scene, due, tre volte secolari; se refrattarî ad ogni novità vigano i costumi d'una volta. Potremmo tutt'al più mettere il piede nel vicolo di quel Matteo lo Vecchio che fu il più efferato aguzzino sotto il breve tempestoso regno di Vittorio Amedeo e maestro insuperato nell'arte di ordir calunnie, preparar denunzie, eseguire catture, onde di poveri accusati le carceri pullularono. Potremmo affacciarci all'antro recondito ove Anna Bonanno, la famigerata vecchia dell'Aceto, manipolò fino a ieri (1782) beveraggi arsenicati per amanti che vagheggiavano scellerati disegni sopra molesti rivali; sì che mariti e mogli misteriosamente finirono. Potremmo anche accostarci a guardare la finestra alla quale si fermava fanciullo Giuseppe Balsamo, il futuro Conte Cagliostro, e donde la madre e la sorella di lui fiduciosamente salutarono W. Goethe, venutovi a conoscerle ed a raccoglier notizie sulla infanzia del celebre impostore (1787). Potremmo anche deplorare il sopravvivere di pratiche refrattarie ad ogni umano progresso. Nient'altro che questo.
Ma nelle strade Maestra e di Porta di Castro rumoreggiano confusamente i venditori: e non si riesce a sentire neanche i carretti che ci minacciano alle spalle, carichi di barili di quel di Partinico o di verdure di Denisinni e dei Settecannoli; nè i venditori ambulanti, che con le loro immense canestre c'impediscon l'andare, o ci tolgono il vedere i cento usci ingombri di merci pendenti dagli stipiti od ammucchiati ai fianchi. Una [pg!41] sequela interminabile di bottegucce ti dà la mostra di quel che in esse si spacci: dalle brocche e dalle pentole al nocciolo ed alla carbonigia, dalle funicelle e dagli spaghi alle punte ed alle cordelle, dalle sporte e dalle ceste alle ferule ed alle granate: e pane e pasta e carne e gli avanzi delle frutta di inverno.