E allora qual'è la verità?
La verità non si sa, ma si suppone: e la supposizione è questa: che nel 1774 la popolazione potè essere di circa 184,000 anime, e nel 1798 potè giungere a 200.000! Così la pensa un bravo nostro statistico, il quale, ha delle cifre in mano per affermarlo[60].
Ora che da buoni palermitani abbiam fatto un po' di giro, guardando dove l'una, dove l'altra delle particolarità della città nostra, non vorremmo noi sentire quel che di essa dicono i forestieri? Perchè, altra è la impressione d'un paesano, altra quella d'uno straniero. Al paesano sfuggono le cose alle quali egli ha, fin dai suoi primi anni, abituato l'occhio; mentre quelle medesime cose allo straniero si appresentano, per poco che [pg!46] egli le veda, come nuove o caratteristiche. Per lui tutto è curioso: le vie, le case, i monumenti, gli abitanti, e, degli abitanti, il vestire, il muoversi, il gestire, il chiacchierare. Grande perciò il contrasto fra il giudizio del nazionale e quello dello straniero: mentre poi si completano entrambi a vicenda.
Degli ultimi trent'anni del sec. XVIII abbiamo quasi trenta libri di viaggi in Sicilia. Alcuni si ripetono: e noi, che siam costretti a brevità, dobbiamo restringerci a pochi, i quali valgono i molti.
Primo nel nostro interesse viene Jean Houel, architetto e pittore del Re di Francia. Data del suo viaggio: 1782.
«La situazione della città, egli dice, è felicissima; lo spettacolo del mare, delle colline, delle montagne, trasformandosi in aspetti deliziosi, rende questo suolo più che adatto a formare artisti. Palermo è piena di monumenti pubblici, di chiese, di monasteri, di palazzi, fontane, statue, colonne: non tutto è bello, non tutto di secoli di buon gusto; ma tutto è buono ad attestare che questo popolo ha amore alle arti e genio di decorazione.
«Le acque sorgive vi sono abbondantissime, e non v'è rione che non abbia le sue fonti, per lo più di marmo, tutte ornate di sculture, tutte d'acque copiosissime».
Questo delle fontane è un ricordo prezioso per noi. Dentro e fuori la città se ne incontrava sempre qualcuna. Due, per esempio, erano a Porta Felice, addossate ai grandi pilastroni; due fiancheggiavano, come vedremo in quella piazza, il teatro della musica alla prossima via Borbonica (Marina). Tra la prima e la [pg!47] seconda casetta di questa via, nello spessore della cortina (bastione delle Mura delle Cattive) era una ricca sorgente, alla quale andavano ad attingere gli acquaiuoli ambulanti della passeggiata[61], ed a fornirsi pei loro viaggi i legni ormeggiati alla Cala, come quelli del Molo si fornivano alle due fonti a lato dell'Arsenale. Ve n'erano a Porta Reale, a Porta S. Antonino. Con premurosa curiosità additavasi quella nella quale in forma di sirena l'innamorato Vicerè Marcantonio Colonna avea voluto ritratta la indimenticabile Baronessa di Miserandino, che gli fece incontrare avventure romanzesche. Dentro città, una piramidale eravene nel piano del Carmine (1795); una in quello del Monte di Pietà; altre sotto lo Spedale di S. Giacomo, alla Fieravecchia, nel piano della Conceria, nella piazzetta di S. Francesco, alla Bocceria, dietro le regie Carceri. Eccellente reputavasi l'acqua di Vatticani, nel Cassaro, e l'acqua del Garraffello, presa a tipo di leggerezza e freschezza in Palermo, a termine di paragone in tutta Sicilia. E chi lo ignora? Essa a quanti ne bevevano dava come il battesimo della scaltrezza e della avvedutezza dei Palermitani. La sua fama giunse fino alla Corte di Napoli; quando questa giunse a Palermo, volle esserne servita nei caldi giorni di estate, mentre dell'acqua pretoria beveano abitualmente molte famiglie nobili, i cui servitori in lucide mezzine di rame andavano a provvedersene all'ora del desinare.
Cent'anni dopo, molte di queste acque, già proprietà del Senato, erano parte per vicende telluriche [pg!48] o per appropriazioni indebite scomparse, parte per dichiarazione dei batteriologi inquinate!
Torniamo ai viaggiatori.