L'orologio di S. Antonio batte la castellana (due ore dopo l'Avemmaria). Una volta questo segno imponeva agli artigiani la chiusura delle botteghe; ora (1787) lascia ad essi le facoltà di tenerle aperte: indizio della lenta evoluzione dei pubblici costumi[70].
Le porte della città si chiudevan tutte; ma gli abitanti de' sobborghi ne soffrivano disagio: e più volte ebbero a muover lagnanze al Pretore contro la vieta pratica, che li condannava a rimaner fuori quando avean bisogno di entrare; e viceversa. Tra le lagnanze più insistenti eran quelle degli abitanti presso S. Teresa, i quali domandavano che Porta di Castro, almeno fino a due ore di sera, rimanesse aperta, come gli altri di fuori Porta di Termini (oggi Garibaldi), insistevano perchè l'apertura si protraesse tutta la notte[71].
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Il Senato concedeva l'uno e l'altro, e S. E. ordinava guardiani ad hoc[72].
L'appetito viene mangiando: e quei di S. Teresa, «non contenti delle due ore, chiedevano completa libertà di entrata ed uscita da Porta di Castro di notte»; e poichè stavolta il Senato facea orecchie da mercante, il Re emanava provvedimenti in proposito[73].
Porta Felice, spalancata di estate, si chiudeva a tarda sera d'inverno, quando, cioè, l'orologio grande dello Spedale di S. Bartolomeo (S. Spirito) sonava la mezzanotte, se pure l'orologiaio D. Francesco Melia non pigliava un'ora per un'altra nel caricarlo[74].
Sul vecchio catenaccio di questa porta scherzavasi con l'indovinello d'un poeta d'allora:
Cu' fu lu mastru quali fabbricau
Lu catinazzu di Porta Filici?[75]
La quistione delle Porte era grave, anche per l'ordine pubblico. Alcune di esse costituivano un pericolo permanente per la morale e la igiene. Porta di Termini, ad esempio, prolungandosi quanto l'androne sottostante alla Congregazione della Pace, di giorno era popolata di ciabattini, ma di sera, essendo al buio, diventava rifugio di malviventi. Porta S. Antonino di Vicari formava un lungo tratto di via coperta, che era un orrore. Erasi [pg!52] gridato a perdigola contro la indecenza di certa gente che vi si andava a ridurre come a luogo innominabile; ma solo il 2 Gennaio 1789 il Vicerè si decise a farla finita. S. E. affidò al Principe di Mezzoiuso l'incarico delle opere necessarie alla cessazione dell'indegno spettacolo; ed il bravo Principe, senza pastoie di commissioni, senza lustre di contratti, fece diroccare un pezzo del bastione, ricostruire molto più ampia, in linea della via Macqueda, la porta, e nel nuovo spazio di dentro ordinò botteghe, e di fuori fontane secondo l'architettura della Porta Carolina (Reale).
Ma le porte non si toglievano; anzi le vecchie si rifacevano o si rimettevano a nuovo[76].