Perciò provvedimenti richiamati in vigore dalla Deputazione per le strade fanno fede che nel sec. XVIII, come, del resto, nel XIX e nel neonato XX, certe pratiche persistevano inalterate. Un bando di quattr'anni prima, che è uno dei tanti sui medesimi inconvenienti, suona così: [pg!61]
«Che i conduttori di bestie da soma entrando in città camminino e conducano a mano o per le redini le rispettive vetture.
«Che ogni carrozza che cammina [non] si fermi a capriccio o col pretesto di volere o il padrone o il cocchiere discorrere con altri.
«Che nel passeggio della Marina si vada in più di due file di carrozze e sedie volanti, dovendosi lasciare vacuo il centro o mezzo per libertà di S. E.»[89].
L'abate Cannella, che l'avea contro Mons. Lopez, avrebbe potuto applicare a lui l'eterno rinfaccio del Cicero pro domo sua.
E di vero, il vanitoso Presidente non pensava se non alla sua libera passeggiata nello spazio libero tra le due file di carrozze; pure stavolta il Lopez riproduceva sic et quatenus gli ordini dei suoi predecessori.
La malattia delle fermate nel Cassaro è antica quanto la carrozza e la portantina, quanto lo spagnolesimo, quanto lo spirito aristocratico, potremmo anche dire quanto il comodo umano. Un bando del Vicerè Niccolò Pignatelli, Duca di Monteleone, ordinava nell'Agosto 1720 «che nessuna carrozza, sterzino o sedia volante possa fermarsi al Cassaro o alla Marina durante il passeggio; e chi voglia fermare qui a sentire la musica deve mettersi in una delle due file rimanendo quella di mezzo pel libero passaggio del Vicerè»[90]. — Proprio come nell'anno 1775, quando il secondo Marcantonio [pg!62] Colonna richiamava in vigore la medesima disposizione[91]; proprio come nel 1795!
E non diverse le pene ai contravventori, anzi più gravi delle solite: «I cocchieri, la frusta e quaranta sferzate o zottate del carnefice sopra un cavalletto nella piazza Vigliena; i padroni, la multa di onze cento o la perdita istantanea con la vendita irremissibile nella medesima piazza della carrozza, o calesse, o biroccio, o corso, o tariolo»[92].
Le provvide ordinanze di pulizia pubblica, richiamate in vigore nel 1799, trovavano compagne non meno provvide contro tutto ciò che potesse anche lontanamente nuocere al comodo ed al decoro della città. Assidue le cure che il Senato prendeva degli alberi copiosi e folti ond'eran pieni e ornati i dintorni di essa; incessanti le premure di accrescerne il numero e la estensione fin dove gli espedienti finanziarî e la natura del suolo il consentisssero: onde il proponimento di piantarne nella montagna di Gallo, che si vagheggiava d'imboschire[93]. Guardie all'uopo destinate ne avean la custodia; carrettieri con botti, l'annaffiamento; frati di varî ordini, la potagione[94]. In casi rari minacciavasi e senz'altro [pg!63] applicavasi la pena dell'esilio a chi si permettesse di metter la mano devastatrice sopra uno di quegli alberi[95].
La seguente ordinanza dimostra quale senso di estetica e di igiene fosse negli antichi amministratori del Comune: