Questo per coloro che circondavano il Senato; ma i singoli Senatori nelle loro giornaliere funzioni indossavano ordinariamente «il vestito alla francese in giamberga», [pg!72] come ci fa sapere il loro Cerimoniere[109]; nella mezza festa, toga semplice e cateniglia; nella grande festa, toga, manica ricca e gioie.
Il Pretore dava la intonazione al Senato: e quando avea paggi suoi (e raro è che non ne avesse), il colore della città veniva sostituito dalle livree della sua famiglia. Questa, per la forma e pel colore, si anteponeva talvolta a qualunque altra livrea, perchè indicava l'altezza del casato. Ricordasi in proposito, per analogia di richiamo, che quando il Principe di Paternò Moncada Capitan Giustiziere dovette recarsi nei suoi stati in Sicilia, e trattenervisi alcuni mesi (1780), il Pretore Regalmici ne ebbe la delegazione. Ora l'energico Marchese, zelando più che l'amico assente, si affrettò a fare aggiungere alla Carboniera ordinaria (la quale, come è risaputo, era il carcere di giurisdizione del Pretore, dentro il Palazzo municipale) altra Carboniera per le donne, ma non volle mai uscire a pubbliche comparse con gli ufficiali vestiti in livree Paternoniane[110].
La fanteria composta di trenta dragoni era a custodia delle dieci torri di guardia del littorale (torrari); la cavalleria, di quaranta soldati, sorvegliava le spiagge e segnava l'avvicinarsi di barche sospette. Codesti eran detti «soldati di marina», e più tardi compagnia o «milizia urbana», nome sfigurato oggi, con uno de' qui-pro-quo della fortuna di cui il popolo possiede il segreto, in truppa babbana. Questa milizia rappresentava [pg!73] la forza propria del Senato sotto un comandante nobile (Sergente maggiore), un Capitano delle torri, un Alfiere, un Tenente e varî caporali, tutte persone civili; ed ogni anno, il 1º Maggio, veniva passata in brillante rivista. Carlo II nel 1695, confermando il privilegio di questa milizia al Senato, dava ad esso facoltà di assoldarne — in assenza del Vicerè — quanta per la sicurezza del Palazzo senatorio e della lanterna del Molo gliene abbisognasse, investendola dei medesimi onori e trattamenti delle truppe regolari regie, con divisa, tamburi, armi, bandiera e stemma della città.
E qui cade acconcio un richiamo storico strettamente connesso col privilegio di Carlo II.
Ciò che faceva il Senato facevano altri personaggi e comunità. La Compagnia dei barrigelli di Butera era modellata su quella di Palermo, benchè con iscopo un po' diverso. Ventiquattro soldati dragoni con insegne proprie, timpani e trombe correvano frequentemente una parte del Regno con la medesima libertà e giurisdizione delle compagnie reali. La Compagnia di San Cimino, dello stato di Monreale, mancava di stendardo, ma non della facoltà de' barrigelli di Butera: ed il Governo si serviva di essa come di altre compagnie baronali per la tutela degl'interessi e della sicurezza delle terre dei signori, quando le esigenze imponevano estirpazione di banditi, soffocazione di tumulti, od altre gravi pubbliche incombenze. Carlo VI riteneva potere con questo mezzo mettere sul piede di guerra meglio che diecimila uomini[111].
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L'uscita del Senato era uno spettacolo sempre pittoresco, che chiamava sulle vie popolani e civili.
La compagnia dei carabinieri di cavalleria della truppa senatoria precedeva con le spade sguainate alle mani: regia preminenza più volte ritolta e ridata dai Vicerè. I contestabili, dalle larghe code, che coprivano muli o cavalli, e dal cappello ad embrici, eran sempre i servi, non sempre fedeli, dei loro Senatori.
Seguivano le tre carrozze del Senato. Di queste diremo particolarmente più innanzi.
Il rullo cadenzato dei tamburi, lo squillo monotono delle trombe ne annunziava il movimento. Quando l'alto Magistrato stava per entrare officialmente in una chiesa, festevole era lo scampanio; quand'era alla vista di un baluardo, spari assordanti d'artiglieria lo salutavano, anche perchè il Pretore era Capitan d'armi o di guerra del Val di Mazzara. Sforniti di cannoni i baluardi e scompigliate le Maestranze armate, queste pubbliche dimostrazioni, gravose al Comune, dannose alle fabbriche dei privati, cessarono. I cannoni che avrebbero dovuto servire alla difesa della patria, servirono per aiuto del Borbone in Napoli.