Il più curioso è quello del 1789. S. M. accordò al Senato la carrozza dell'abolito S. Uffizio contro il pagamento di onze 46[116]: il che significa che il Senato prese [pg!77] od ebbe la carrozza, probabilmente di gala, del grande Inquisitore, testimonio degli ultimi atti generali di fede. La trasformazione degli stemmi fu presto fatta: alla croce fiancheggiata dalla spada e dall'ulivo, col terribile motto: Exurge, Domine, et judica causam tuam, venne sostituita l'ardita aquila palermitana col classico S. P. Q. P.
Tre nuove carrozze uscivano l'8 Maggio 1796, festa di S. Cristina. La più bella tra esse attestava non la opulenza del Comune, ma la generosità dei privati. La fecero a contribuzioni proprie il Pretore, i Senatori, il Presidente del Regno ed i nobili, che con singolar munificenza vollero sopperire a questo bisogno del Senato. «Quel Senato, già così ricco e magnifico..., non ha come potere uscire a gala, e deve comparire accattone e cercare la elemosina per farsi una carrozza!», mormorava con profonda tristezza dentro la Biblioteca del Comune P. Giovanni D'Angelo; ed esclamava: «Tempi meschinissimi!... Io di questa mendicità non voglio nè posso ricercar la cagione. La indaghino i nostri posteri»[117].
Ma la ragione, se vogliamo indagare la reticenza, può per un momento sospettarsi negli amministratori della città, i quali, perchè in alto, venivano presi di mira da chi stava in basso. Bisogna chiudere gli occhi alla luce per non vedere che, più che alla disonestà degli uomini, convenisse guardare all'indirizzo economico dei tempi ed alle teorie amministrative che conducevano a fatale rovina gli erarî civici.
La nuova carrozza pretoriana era quanto di più [pg!78] splendido avesse prodotto la Sicilia dal dì che veicoli del genere erano stati tra noi costruiti. I più esperti operai ed artisti vi avean lavorato a gara di delicatezza e di maestria, e Giuseppe Velasquez ne coronò l'opera con disegni che destavano l'ammirazione di tutti al vederla passare[118].
Il fastigio del Senato non poteva non far gola agli amministratori delle opere filiali di esso, non nuovi alla dignità pretoriana o senatoriale. In seguito a recenti elezioni, i nuovi eletti eran punti dalla bramosia di andare a prender possesso solenne delle loro cariche nelle carrozze del Comune. Una pompa come quella non era da disprezzare! Ed il Principe Conte S. Marco, benchè avesse i suoi superbi equipaggi, la desiderò e la chiese. «In considerazione del merito e della nobiltà di esso principe», il Senato chinava il capo.
L'esempio è contagioso: e quando, compiuto il biennio del S. Marco, il nuovo eletto D. Francesco Statella, Principe del Cassaro, dovette far la funzione del suo possesso, si ricordò con letizia della carrozza officiale e la riconobbe adatta alla sua dignità. Il Senato, obtorto collo, consentiva anche stavolta; ma scorso, per non offender tanto signore, un mese, facea «un appuntamento col quale proibiva di potersi in avvenire accomodare (prestare) le carrozze proprie di esso Senato alle opere filiali per qualunque siasi funzione»[119].
Difatti, era troppo che signori di quel grado, i quali quando coi loro equipaggi uscivano sulla via [pg!79] Alloro facevano maraviglia a chicchessia, dovessero cercar la pompa del supremo Magistrato della città!
Prima di lasciare l'ambito veicolo ed il cerimoniale che lo accompagnava anche nelle relazioni col rappresentante del Re, è opportuno un ricordo. Il sedere in carrozza con S. E. tenendo la sinistra, era un'altra delle prerogative del Pretore. Il Marchese Fogliani, che po' poi non guardava tanto pel sottile la distanza tra lui ed il magnifico Senato, confermò praticamente la prerogativa. S. E. il Principe Marcantonio Colonna di Stigliano ne diede benigna conferma al Pretore Principe di Scordia (Dic. 1774 e Marzo 1775), facendoselo sedere allato in una visita annonaria che volle fare con lui per Palermo.
È fama che codesta distinzione avesse voluto una volta arrogarsela il March. di Geraci Ventimiglia recandosi col Vicerè Duca de Uzeda a passeggiare alla Marina, e che questi, per tanta impertinenza, lo avesse mandato in carcere. L'atto del Ventimiglia fu invero audace; ma il nobil uomo non poteva dimenticare di essere il Marchese per eccellenza, in tutta Sicilia[120], un piccolo re dei suoi stati con facoltà, dicevasi, di coniar moneta.
Savia consuetudine quella del periodo limitato delle cariche e degli alti uffici; savia perchè impediva il formarsi ed il prepotere di clientele protette da un lato, spalleggianti dall'altro chi siffatti ufficî a lungo s'infeudava. [pg!80]