Non più di due anni, spirati i quali non erano più rieleggibili, stavano in ufficio Pretore e Senatori, i Governatori del Monte di Pietà e quelli degli Spedali, il Deputato per la suprema generale Deputazione di salute e di quella del Molo, delle torri e delle strade; il Deputato della Terra di Partinico e l'altro della Terra di Bagheria ed altri di altre opere filiali. Più rigorosi, perchè più brevi (un anno appena), gli ufficî dei «giudici-senatori della gabella delli 12 tarì sopra ogni cantàro d'olio, della gabella delle teste piccole» ecc.
Di altri dignitarî e di modesti ufficiali urbani pochi quelli che, eletti, aveano da prestar giuramento; e tra essi l'Archivario della Tavola, i Giudici idioti, i Deputati di piazza, i credenzieri della carne, il Pretore, i Senatori, i Capitani delle torri, i Giudici pretoriani, il Capitan giustiziere: persone sulla fede delle quali era riposta la fede pubblica e sulle quali poggiavano le pietre angolari degli interessi cittadini.
«L'ufficio di Senatore per regio dispaccio del 12 Maggio 1775, deve conferirsi ai primogeniti e secondogeniti di famiglie magnatizie, titoli e feudatari con vassalli e tutt'altri nobili, ed atti a tale ufficio, ma con condizione che non usino il titolo di Eccellenza abusivamente fin qui preso, che compete al solo Pretore. La carica di Senatore sarà un passo per conseguire quella di Pretore».
Così scrivea il 26 Agosto 1775 il Villabianca, che pure anni prima aveva detto: «In Sicilia il solo Vicerè esige per forza l'Eccellenza come rappresentante la persona del sovrano»: e Sua Eccellenza era per antonomasia il Vicerè. Quando nell'Agosto del 1774 il Re sostituì [pg!81] la Giunta pretoria (una vera Giunta amministrativa dei tempi nostri), magistrato governativo di revisione degli atti del Senato, al Tribunale del R. Patrimonio: Giunta «composta di cinque ottimati ex-Pretori ed ex-Capitani giustizieri e patrizi della prima segnatura di nobiltà, cioè nati di famiglie pretorie e magnatizie», si pensò anche a questa grave faccenda del titolo. Fu concertato (ed il concerto durò fino al secolo XIX) che il ministro della Giunta pretoria scrivendo al Senato darebbe dell'Eccellenza, firmandosi in pie' della lettera, e che il Senato rispondendo col medesimo titolo non soscriverebbe nè come Senato nè come Pretore, ma col solo nome di Segretario[121]. E nel sovrano comando del 1775 veniva anche prescritto che i Senatori non dovessero essere obbligati a trattare con l'Eccellenza il Pretore[122].
Vecchia costumanza, non mai intermessa, era quella che i nuovi nati dei Senatori in atto fossero tenuti al fonte battesimale dal Senato in corpo. Il battesimo assumeva un carattere di solennità particolare, compiuta con tutta pompa dal Magistrato civico. Quale compare, esso faceva un regalo alla comare, la senatoressa puerpera, alla levatrice, agli ufficiali della parrocchia. La senatoressa riceveva cinquant'onze: e se la puerpera era pretoressa in atto, cento. I Senatori non eran dei vecchi, e le mogli loro, molto meno. Immagini perciò il lettore come procedesse pel pubblico erario questa faccenda di sgravi, di battesimi e di regali! [pg!82]
Non v'era anno che il prolifero Senato non festeggiasse una di queste nobili comari, e che per conseguenza la cassa pretoria non si aprisse per siffatte graziosità[123]. Nel 1770, in meno di due mesi, la festa si ripeteva due volte: il 17 Gennaio pel primogenito del Sen. Salvatore Valguarnera, Principe di Niscemi e Duca dell'Arenella, funzionante l'Arciv. Sanseverino, e compare il Pretore Regalmici (al neonato veniva imposto il nome di Giovanni, in omaggio al card. Giov. de Buccadoks, Generale dei Domenicani, amico e parente del Niscemi); ed il 10 Marzo per la figlia del Sen. Bernardo Filingeri, Principe di Mirto.
Nel 1782 però abbiamo due begli esempî di dignitoso rifiuto per parte del Principe di Valguarnera e Montaperto e del Duca di Belmurgo, ai quali il Senato avea tenuto a battesimo i figliuoli[124]. Ma sono rari nantes in gurgite vasto.
Infatti nel medesimo anno la Giunta pretoria permetteva [pg!83] al Senato di cavare dall'erario comunale la solita somma per la puerpera Principessa di S. Lorenzo; nel 1785 per la Principessa di Fiumesalato e per la Baronessa Morfino[125], tre pretoresse l'una più fresca e promettente dell'altra.
Nei «Nuovi regolamenti stabiliti per il buono ordine dell'amministrazione dell'annona del Senato di questa città di Palermo e patrimonio di essa approvati dalla Maestà sua con real dispaccio de' 16 Agosto 1788», l'articolo XIII ordinava l'abolizione delle regalie «pelli parti delle mogli del Pretore e Senatori: non essendo giusto che ritrovandosi il corpo amministrato in somma decadenza e sbilancio, gli amministratori, in danno del pubblico, fruiscano delli vantaggi»[126]. Ma siamo sempre ai bandi di Palermo! Infatti verso la fine dell'anno un nuovo battesimo senatoriale è lì lì per riaprire la cassa del Comune e metterne fuori le vietate e volute cinquant'onze. La senatoressa Marianna Branciforti si sgrava di una vezzosa bambina, la quale deve ricevere il nome di Beatrice. Il Senato si apparecchia al consueto battesimo; ma il Principe di Trabia, Pietro Lanza e Stella, nol consente, non già per l'onore, al quale non rinunzierebbe, ma per la gravezza che ne verrà al Comune. Potrebbe limitarsi ai nobili rifiuti precedenti del Valguarnera e del Belmurgo, ma va più in là. La sera del 30 Dicembre, martedì, chiama uno dei suoi familiari con la moglie, «persone minute», e da esse fa tenere al fonte la neonata. La geniale risoluzione suscita [pg!84] rumore, dove con plauso e dove con senso di maraviglia; ma primi a lodarla sono i Senatori. Il Villabianca, non sempre facile dispensatore di lodi, e che rivede volentieri uno di casa Lanza, il Duchino di Camastra, frequentare la sua casa e studiare il suo Diario, se ne mostra soddisfatto, e vuole che «serva questa buona introduzione in beneficio e rilievo in qualche maniera della cosa pubblica»; e «Dio volesse» esclama «che il di lui esempio venisse dai successori padri seguitato!».
E lo sarà stato certamente. Ma il simpatico Principe non trovò riscontro se non in se stesso. Dieci anni dopo, al giungere dei Reali a Palermo, nominato Ministro Segretario di Stato (1799), rifiutava cinquemila scudi annuali di emolumento[127].