Nell'ultimo periodo del settecento era banditore del Comune D. Girolamo De Franchis, l'ultimo di una generazione di banditori, il più popolare ma anche il più antipatico tra tutti gli ufficiali pretorî. In lui si vedeva il nunzio di tutte le disposizioni del Senato e della Deputazione di nuove gabelle, disposizioni che non potevano non riuscire ostiche al pubblico. Il Governo, sempre odioso pel popolo, veniva confuso col Comune, e l'odio per entrambi s'impersonava nel banditore, come quello che portava divieti, imponeva gravezze, limitava libertà personali, prescriveva, minacciava, rivelava. L'antipatia per lui estendevasi ai trombetti che lo accompagnavano: i quali alla lor volta mormoravano malcontenti della scarsa mercede che loro toccava ad ogni «liberazione» che dal Senato facevasi, a tutti i bandi proibitivi che si pubblicavano ad instar delle parti, e nella occasione di bandi di privilegi delle strade Toledo e Macqueda[132].
Torniamo al privilegio.
Contraria ad esso, una disposizione del Vicerè Principe [pg!88] di Caramanico (1788) voleva che nessun ordine senatorio venisse bandito senza la revisione e quindi il placet dell'avvocato fiscale della Gran Corte[133].
Ecco la libertà concessa al Senato.
Questo Senato, che affogava tra le preminenze, stava sottoposto ad una Giunta pretoria, e ben poco poteva fare senza la intelligenza, il permesso del Vicerè, suo ingrato tutore. Lo stesso denaro che esso dovea spendere per una festa da tenersi all'arrivo o alla partenza d'una Autorità, mettiamo del Vicerè medesimo, dovea essere autorizzato da lui. Se altri oggi ritiene il contrario, si disilluderà svolgendo gli Atti e le Provviste nell'Archivio comunale. E fa senso che mentre egli, il Vicerè, era tutto miele col Pretore, coi Senatori, coi nobili che gli facevan la corte, e ossequiato, carezzava individualmente quando gli uni e quando gli altri e tutti insieme, nei suoi atti pubblici appariva ben diverso. — Imparzialità! dirà il lettore. — Ingratitudine! diciam noi, se si rispondeva col pungolo a chi, non demeritando, nell'esercizio delle proprie funzioni faceva il meglio che potesse pel bene del paese!
Persistente poi lo studio di soffocare negli animi ogni sentimento di patria carità.
Un ordine del Re (1787) faceva rimuovere dal vestibolo del palazzo di città i medaglioni del Mongitore, del Presidente Marchese Drago, di Carlo Napoli e di Giordano Cascini[134]. Il perchè della remozione è nel decreto: perchè furon collocati senza autorità superiore. [pg!89] Ci voleva anche il permesso per onorare le glorie siciliane! Il medaglione del Cascini, biografo ed elogista di S. Rosalia, veniva confinato nella sagrestia della chiesa consacrata alla Patrona della città; quello del Mongitore, relegato nella Carboniera delle femmine, nella parte bassa dell'atrio del palazzo. Degli altri due si smarrirono le tracce.
Ora in quest'atto, che pare semplicemente inconsulto, forse c'inganniamo, è una meschina vendetta. Vediamo se è vero.
L'anno 1783 il Senato, forse per ingraziarsi il Sovrano, faceva istanza perchè gli fosse consentito che la Fontana pretoria togliendosi dal posto d'allora — ed anche d'oggi — venisse collocata in una piazza più ampia, e che in luogo di quella si alzasse un monumento con una statua al Sovrano medesimo. Domanda così servile non dissimula la bassezza di coloro che la umiliarono al trono, a perpetua vergogna dei quali dovrebbero consacrarsene i nomi in una lapide. Per la esecuzione dell'opera fu ordinato che si monetassero i cannoni di bronzo fuori uso tra' 120 dei baluardi della città[135].
O che la domanda fosse consigliata da circostanze del momento (c'era allora un Vicerè mangia-nobili: ed il Senato, composto di nobili, era forse stanco della lunga, disuguale lotta con lui), o che la somma presunta fosse inferiore alla spesa da farsi, o che i Senatori fossero, com'erano già, scaduti di ufficio, proposta e sovrano assenso (il Re avea decretato a se stesso il monumento togliendone un altro d'arte, e secolare, come [pg!90] i Vicerè approvavano le spese straordinarie del Comune per regalie, pranzi, cuccagne da farsi in loro onore e beneficio![136]), non ebbero esecuzione: la fontana non fu toccata e la statua non venne eretta. Ebbene: per noi un occulto legame tra il decreto del 1783, che approvava il monumento, e il decreto del 1787, che ordinava la sconsigliata remozione dei monumentini ai quattro insigni patriotti rappresentanti il diritto, la scienza, la storia siciliana, c'è; rivincita tanto puerile quanto invincibile era l'avversione a qualunque principio di sicilianità degl'Isolani.