Ed è notevole anche questo: che come nel sovrano dispaccio pel monumento era Segretario di Stato e di Casa Reale un siciliano, il Marchese della Sambuca, sceso indi a non molto (1787) dall'alto seggio in cui avea dominato potente[137], così nell'altra contro gl'innocui medaglioni era Ministro (di Giustizia e di Affari ecclesiastici) altro siciliano, Marchese anche lui, ma non del valore del primo, il De Marco, vanità boriosa, che nei marmi dei quattro venerandi uomini deve aver fatto vedere all'augusto padrone una glorificazione audace dei diritti baronali e siciliani contro la sovranità[138].
Un'altra notizia sui diritti degli amministrati, e chiuderemo con una solenne adunanza del Senato e delle Maestranze della città. [pg!91]
Grandi i privilegi del cittadino palermitano. In bocca sua poteva stare l'orgoglioso motto: Civis romanus sum; ed egli, messo in una posizione superiore, quasi di razza, al regnicolo, ne profittava per ottenere uffizî pubblici non consentiti ad altri siciliani, godere preminenze solo dovute ai nativi della Capitale. Al che vuolsi anche aggiungere che a condizione eguale di altri, egli era trattato eccezionalmente con una procedura di particolari sottintesi e distinzioni. Un prosecuto palermitano era sicuro che il fisco non gli metterebbe le mani addosso senza aver prima ottemperato al tale o tal altro articolo di legge. D. Gaetano Pensabene, imputato di omicidio e già latitante, nel 1784 si rivolgeva al Sindaco della città, perchè sostenesse non potere il fisco agire contro di lui, cittadino palermitano, anche perchè non v'era parte querelante[139].
Qui è la chiave di tutto un sistema di piani per ottenere l'ambita cittadinanza. Un regnicolo, solo per avere sposata una palermitana, in virtù della vecchia formola: per ductionem uxoris, vi avea diritto, esteso anche ai nipoti.
Ma ahimè in quante maniere non si eludeva la legge!
Ed ecco il rendiconto storico d'una seduta di operai dentro il Palazzo Comunale.
Da tre giorni la campana di S. Antonio suona per preavvisare ai quattro quartieri della Città il pubblico Consiglio, indetto dal Senato per la meta da imporsi su alcuni comestibili. Le Maestranze degli argentieri [pg!92] e degli orefici, dei sarti, degli scarpari, dei calderai e dei chiavettieri (magnani) sono state invitate dal Contestabile maggiore.
È la mattina del 21 Novembre 1789. Alla spicciolata giungono gl'invitati alla Casa pretoria: e quando scoccano le ore 17,31 (11 a. m.) tutti sono militarmente nel salone delle grandi adunanze. Tra Maestri, Deputati di piazza, loro Esposti, Contestabili, «Maestri di mondezza», non giungono ancora a dugento, numero legale «per conchiudersi il Consiglio»; ma v'è la banda del Senato: e con essa il numero è raggiunto.
Ed ecco farsi innanzi, come in simili congiunture, servitori con vassoi gremiti di sorbetti, e passarli a tutti i presenti. I sorbetti, che sogliono coronare una funzione, stavolta ne formano la base: e dopo il primo di mieta (cannella), ne viene un secondo di melarosa: due rinfreschi, l'uno più squisito e persuasivo dell'altro. Il Senato coi suoi ufficiali nobili e civili sta a chiacchierare nella «Camera di negozio» dell'Eccellentissimo signor Pretore: e solo a trattamento finito si muove.
L'avanzarsi grave del Magistrato è accolto con una profonda riverenza dai rappresentanti del popolo. Chi l'uno, chi l'altro, tutti i maestri conoscono i signori Senatori. Il primo venuto fuori è S. E. D. Bernardo Filingeri Conte di San Marco, testè nominato Pretore; il secondo per ordine di gerarchia e di anzianità è il Duca di Villareale, priolu; terzo e quarto, i Principi della Trabia e del Cassaro; quinto, il Marchese Ugo; sesto, il Duca di Villafiorita; ultimo il Duca di Paternò dei Principi di Manganelli, Senatori. Mentre tutti sono in piedi aspettando che il Capo gl'inviti a sedere, questi [pg!93] prende posto sotto il soglio, e con lui i Senatori ed il Sindaco; davanti, i mazzieri ed i maestri di cerimonie; dappiè, i Contestabili; da un lato, sei ufficiali nobili del Senato; dall'altro.... nessuno! Le sedie vuote attendono i Deputati di piazza nobili, i quali non si degnano d'intervenire, sempre per la eterna pretesa delle preminenze, alle quali non sanno rinunziare. Più giù ancora, in fondo, son due banchi per la musica: e torno torno alle pareti, quattro altri pei maestri magnani, quattro per gli orafi, sei pei calzolai, sette pei calderai, undici pei sarti.