Ad un cenno del Pretore suonano le trombe e gli oboe; ad un altro, si fa silenzio; ed il Pretore pronunzia queste sacramentali parole:

«Nobili ed onorati cittadini, dovendo imporsi la meta alli formenti forti, rosselli ed orgi (orzi), racina (uva) e vino, e dovendo farsi alcune concessioni di terreno ed altri, ho fatto convocare voialtri nobili ed onorati cittadini, per dare ognuno il vostro parere».

Detto questo, D. Gaspare Cordaro, attuario del Maestro Razionale, legge la proposta. La faccenda, nel pubblico interesse, è vitale, e meriterebbe una larga discussione. Quali ragioni determinano il Magistrato a presentarla? In che misura vorrà essa applicarsi, la meta? Quali risultati se ne vogliono ottenere? Questi punti interrogativi non si affacciano alla mente di nessuno, non ostante che tutti siano chiamati a quello che oggi si chiamerebbe referendum. Nessuno fiata; tutti però si volgono al Sindaco Marchese della Motta d'Affermo, il quale, come procuratore generale dei cittadini, si fa innanzi verso il centro del salone, e in nome delle [pg!94] mute Maestranze si uniforma alla proposta della meta sui frumenti. Però siccome quella sul vino e la concessione del terreno gli sembra di non comune importanza, invoca il parere di «dodici cavalieri: sei interessati, sei disinteressati»; e con ciò anche il consenso di altri.

O che un accordo tra lui ed il Senato abbia preceduto, o che questa sia la consuetudine, o che non ci sia altro da fare, le sue osservazioni, consacrate in una scrittura, vengono dall'attuario senatoriale pubblicamente lette. Allora gli attuarî del Maestro Razionale vanno in giro ricevendo l'assentimento dei singoli convenuti; il sostituto del Maestro Razionale D. Benedetto Giusino lo raccoglie, e ad alta voce grida la vecchia formola: Conclusum est.

Il Senato scende dal soglio; i Consoli delle maestranze gli tengon dietro; alla porta della sala il Pretore gli ringrazia cortesemente: e la funzione è finita.

A quest'altro Novembre, per la festa di San Martino, Consoli e Maestri riceveranno, graziosità del Pretore, i biscotti che prendono nome dal Santo. E della graziosità godranno quanti nel Palazzo sono impiegati alti e bassi, dai Maestri razionali agli amanuensi, dai Contestabili agli attuarî, dal banditore al guardaroba, dai trombettieri ai paggi, e perfino ai volanti ed alle cameriste della casa del Pretore: una cuccagna che porta via da un migliaio e mezzo a duemila biscotti[140].

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[Capitolo V.]

CONDIZIONI ECONOMICHE DEL SENATO.

Non alieno mai dal fasto, al quale lo spingevano le secolari tradizioni del paese, le naturali tendenze de' nobili e l'acquiescenza del Governo, inteso sempre a concedere per guadagnare, il Senato si avviluppava nello scompiglio della sua sconquassata finanza. Un malinteso sistema economico imponeva provviste di grani, olii, latticinî, carboni, che rispondessero alle esigenze della città pei bisogni eventuali. Così il Senato si faceva compratore e rivenditore di comestibili, ne' quali spendeva denaro che non aveva, e dai quali non ricavava il danaro che avea speso. Vendeva quasi sempre a prezzi inferiori a quelli di compra, sì che ci rimetteva somme ingenti[141], che poi andava cercando alle casse pubbliche, [pg!96] agli istituti di credito, alle comunità religiose, ai privati[142], pagando frutti onerosi. Quando, divorato dai debiti, vendeva i capitali della illuminazione notturna, il grano sopra le estrazioni ed altri cespiti, e non avea più nulla su cui metter le mani[143], lo si vedeva a contrattare con questa o con quella persona per alcune migliaia di onze ai relativi interessi, che poi, alla scadenza, stentava a soddisfare[144]; di che la necessità di nuovi [pg!97] espedienti che lo togliessero alla triste condizione del momento. Si direbbe che vivesse alla giornata avvalendosi di tutto ciò che fosse buono a tirarla alla meglio. E gli espedienti si trovavano: e se ne otteneva la sovrana approvazione nei non pochi dazî, dai quali tutta dipendeva la vita materiale della città.