Abolito il diritto proibitivo del tabacco, si inasprivano i dazî sul vino, sull'orzo e, peggio, sulla farina. Dalla odiosa sostituzione speravasi trarre l'«abbisogna» per la passività; ma se ne fu ben lontani, e si dovette ricorrere ad altre gravezze. E mentre angustie nuove si aggiungevano ad angustie vecchie, privilegi, buone grazie e favori mantenevansi intatti a detrimento dell'erario civico: e si ritardavano riscossioni che sarebbero state provvidenze finanziarie.
Un principe, il cui titolo resta onorato in un suo successore nel sec. XIX, avea contratto non sappiamo quali impegni; non volendo o non potendo mantenerli al termine fatale, chiedeva di poterlo fare con annuali soluzioni, che poi prolungava all'infinito e non compiva mai.
Monasteri, conventi e confraternite non pur domandavano esenzioni dal dazio sulla neve, ma anche facevano istanze, non inefficaci per lo più, di concessioni, invocando antichi privilegi, che si era troppo indugiato ad abolire, e dimenticando prosperità che aveano potuto permetterle; ed il Senato cedeva e concedeva, autorizzato a conservare nel suo bilancio un gruppo di franchigie dei generi spettanti a monasteri ed a conventi e perfino un impiegato per esse[145]. La [pg!98] voce scasciatu è un ricordo di codeste anomalie dei tempi[146].
E i bisogni crescevano anche dopo. Il Re avea imposto al Comune un contributo annuale di 300 onze per la rovinosa fabbrica (la dicevano restaurazione) del Duomo: e la Deputazione di essa ne voleva depositate con anticipazione le rate trimestrali[147]. Nè, dopo che la Giunta Pretoriana fu sostituita con la Giunta del Presidente e di un Consigliere, le condizioni migliorarono; chè anzi si fecero più critiche, perchè l'instancabile cercator di danaro, Re Ferdinando, rafforzava le sue pretese con insistenze che pigliavan carattere d'imposizione al Senato, al Clero secolare e regolare, al Parlamento. Per poter mantenere il suo fastigio, per soddisfare ai suoi amici e servi, ed ultimamente per tener fronte alla guerra minacciosa, la Corte, caduta in istrettezze che mai le maggiori, sperava sottrarsene coi soliti donativi. I donativi venivano, ma eran gocce d'acqua sulla terra riarsa dal sole di estate; altri ne chiedeva, ed altri ottenevane straordinarî, accresciuti [pg!99] da contribuzioni che assumevano nomi diversi con insidiose lusinghe.
La Deputazione del Regno pagava ed avrebbe pensato alla riscossione!
Morto l'Arcivescovo Sanseverino, al novello Arcivescovo s'avea da fare un dono d'argento di 200 onze (a. 1794), pagando l'arrendamento della neve[148]. Quest'Arcivescovo, pel breve allontanamento del Vicerè Principe di Caramanico, restava delegato alla Presidenza del Regno: e dovere elementare era un attestato di attenzione di 600 onze da fornirsi dai fondi civici (1794). Sarebbe stato strano poi che, tornato il Vicerè al supremo governo, non si pensasse ad una nuova e grande offerta; e una seconda volta ci si pensò. L'Arcivescovo, lui morto, veniva eletto Presidente: ed un tributo, che dicevasi consueto, di altre 600 onze doveva renderglisi (1795).
Al tirar delle somme, in pochi mesi la città avea messo fuori 1400 onze, per la bella faccia di una fortunata vacuità di prelato, piovuto da Monteroni (Leccese).
E fossero queste soltanto! Lopez y Royo godeva il diritto di «scegliere ogni giorno per servizio della sua casa un giovenco»; e, con le ultime riforme governative, soppresso questo diritto, riceveva un compenso annuale di onze 324,22,4[149]. La Giunta esaminava e [pg!100] deliberava questo pagamento all'Esattore degli introiti dell'Arcivescovo-Presidente.
E poichè di esso avea ormai piene le tasche il Sovrano, e di nominarlo, come egli ambiva, Vicerè non se la intendeva, e mandava in sua vece il Principe de' Luzzi, altri 3000 scudi per volontà del Re dal palazzo pretorio prendevano il volo pel Palazzo viceregio, sotto la ipocrita causale di «solita dimostrazione![150]».
Potrebbe supporsi che di Presidenti o di Vicerè avidi di danaro non ve ne fosse che uno, il Lopez; ma affrettiamoci a dirlo: questo sarebbe una offesa agli altri padroni napoletani. Tutti i Vicerè fecero a gara nell'attingere alla cassa civica accampando diritti di regalie o di compensi, o diritti trasformati; e gli Atti del Comune rivelano come la tanto vantata correttezza del Marchese di Villamajna non avesse trattenuto il Vicerè Caracciolo dall'imporre al Senato il pagamento di settant'onze per franchigia di cinquanta botti di vino e di trenta quintali d'orzo, per rifarsi del danno che a lui proveniva dal nuovo dazio imposto dal Comune in surrogazione del jus proibitivo dei fornai[151]. E quando questo Catone in ritardo, deposto l'occhialino col quale stava perpetuamente a guardare chi passasse e che cosa si facesse nel piano del Palazzo, recavasi a Napoli, ritornando portava in tasca un regio dispaccio che imponeva al Senato il pagamento delle franchigie spettantigli nei mesi d'assenza[152].